Le chiese non bastano

settembre 26, 2011

Ieri il cardinale Jozef Tomko, su mandato di Benedetto XVI, ha presieduto a Mosca le solenni celebrazioni per il centenario della cattedrale dell’Immacolata Concezione. Da noi sarebbe una ricorrenza tutto sommato trascurabile. Ma, se pensiamo alla storia degli edifici sacri nell’Unione Sovietica, dobbiamo ricrederci.

La stessa chiesa oggetto dei festeggiamenti ha un passato molto doloroso. Consacrata nel 1911, venne confiscata in epoca staliniana, quindi chiusa e trasformata in fabbrica. Non c’era posto per edifici di culto nella società fondata sui rigidi principi dell’ateismo militante. Ed è andata ancora bene, perché a questa chiesa non è toccata la sorte di distruzione riservata dal regime a migliaia di altri edifici sacri meno in vista. La sorte raccontata da Aleksandr Solženicyn: «Percorrendo le stradine interne della Russia cominci a capire dove sta la chiave del pacificante paesaggio russo. È nelle chiese. Dovunque tu stia vagando non sei mai solo: al di sopra del muro dei boschi, t’attira la cupoletta d’un campanile. Ma non appena entri nel villaggio scopri che a salutarti così da lontano non eran già dei vivi ma degli uccisi. Le croci sono da tempo abbattute e torte; la squarciata cupola si spalanca su una carcassa di costole rugginose; sui tetti e nelle fessure dei muri crescono le erbacce; gli affreschi dell’altare son dilavati dalle piogge di decenni e coperti di scritte oscene».

Una devastazione pianificata, dalla quale non si è salvato quasi niente. E bisogna ricordare che dietro a ogni edificio di culto c’è il sacrificio di una comunità cristiana viva: la ricerca dei soldi, gli uomini che danno una mano nel cantiere e le donne che preparano i paramenti; proprio come si fa per mettere su casa quando ci si sposa. Era questa vitalità che il regime voleva seppellire sotto le macerie delle chiese sistematicamente distrutte.

Ed è stata questa vitalità che, non appena è arrivata la perestrojka, ha consentito alla cattedrale di Mosca di rinascere. Dal 1990 i cattolici di Mosca hanno cominciato a celebrare la messa sui gradini della chiesa/fabbrica, poi ne hanno ottenuto il riutilizzo e infine, nel 1996, la cattedrale è stata nuovamente consacrata. E ora può celebrare il suo centenario, senza dimenticare la ferita aperta da sessant’anni di profanazione.

Anche nel nostro paesaggio italiano la chiesa è un elemento centrale e i campanili un catalizzatore dello sguardo. Le requisizioni e le profanazioni, imparagonabili con quelle effettuate in terra russa, ci sono state anche da noi; basti pensare a cosa hanno fatto le truppe napoleoniche o all’incameramento deciso dallo Stato unitario. Ma una chiesa di pietra muore solo se la comunità che la dovrebbe abitare è morta lei stessa.

Qualche settimana fa mi è capitato di assistere a un concerto in una bella e antica chiesa di Milano. Niente di male, per carità, in questo tipo di utilizzo. Ma ascoltando il magnifico Miserere di Allegri e constatando che per la stragrande maggioranza degli uditori si trattava solo di un famoso pezzo di musica antica, non riuscivo a togliermi l’impressione che anche quella bellissima chiesa non fosse percepita ormai altro che come un museo.

Rispettato, s’intende, ma come si rispettano gli scavi archeologici di una civiltà defunta. Perché una chiesa sia viva bisogna che la abiti un pezzo di Chiesa viva.

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Fra terra e cielo

settembre 19, 2011

Per concludere la nostra giornata di vacanza decidiamo di salire al tempio di Giove, che troneggia sullo sperone di roccia sovrastante Terracina. Pochi minuti di macchia e siamo su. Paghiamo il biglietto di entrata e dopo aver attraversato dei prati riarsi, da cui sbucano resti di mura e accenni di pareti, arriviamo alla spianata che sta in cima al promontorio. Del grande santuario dedicato al padre degli dei è rimasto solo il pavimento; i grandi archi che vedevamo da sotto sono soltanto i contrafforti di rinforzo per reggere la mole del tempio che non c’è più. Senza troppo sforzo, però, si riesce a immaginare cosa doveva essere.

La lunga serata estiva ci offre ancora almeno un’ora di luce e possiamo goderci lo spettacolo. Le leggere nuvole che navigano in cielo cambiano colore di minuto in minuto, passando da un acceso arancione a un viola prima brillante e poi opaco. Alle spalle la catena montuosa di cui il promontorio del tempio è l’ultima propaggine, che si affaccia, come un gigantesco balcone, sul mare.

Ai nostri piedi la città, che quando il tempio fu costruito era molto più piccola, quasi sperduta nell’ampia baia che l’abbraccia. Di fronte, immenso, il mare. Mentre il sole si nasconde dietro capo Circeo, penso alla grandezza dell’uomo religioso, che viene a costruire un tempio proprio in questo posto meraviglioso.

Proprio qui, dove la solidità della terra si avvicina all’immensa mobilità del mare e all’ancora più infinita, se è possibile dir così, profondità del cielo, si capisce cos’è la tensione dell’animo religioso al divino, a ciò che è più solido della terra, più immenso del mare e più profondo del cielo.

Poi mi viene in mente quello che avevo visto quello stesso mattino: la cripta della cattedrale di Anagni. È letteralmente uno scrigno pieno di gioielli. Tre magnifici cicli di affreschi, realizzati almeno da tre diversi pittori, narrano la grande storia della vicenda umana. C’è la creazione di cielo, terra, acqua, fuoco nonché di tutti gli esseri che li abitano e dell’uomo, che è come un cosmo in miniatura, coscienza di tutto.

C’è, specchio di questo inizio, la descrizione della fine delle cose: l’apocalisse con gli angeli che distruggono e quelli che trattengono gli elementi distruttori, con l’Agnello che apre i sigilli e l’umanità che lo adora alzando calici pieni di preghiere. In mezzo il tempo della storia. Quella dell’Arca dell’antica alleanza e quella derivata dalla nuova ed eterna alleanza, quella cioè che riguarda i santi e i martiri che ci sono proprio lì, in quel locale ricavato nelle viscere della terra. Con dovizia di particolari si racconta, tra l’altro, dell’arrivo in città delle spoglie del martire san Magno, che gli abitanti di Anagni hanno riscattato dalle mani di un re saraceno e portato proprio lì, a fondamento di tutta la grande cattedrale.

Il tempio pagano cerca l’altezza e l’ampio orizzonte, quasi a significare l’impeto di ascesa e la grandezza del suo desiderio. Il tempio cristiano scava sottoterra, dove un corpo storico di un uomo storico viene venerato come momento di una storia nuova che dalla terra è sbocciata. È la logica cristiana dell’incarnazione, della freccia che viene in giù muovendo dalla X misteriosa cui tutti scagliano, senza poterla mai raggiungere, la freccia del proprio desiderio.

È il cielo che si è immischiato con la fangosità di una grotta buia sotto terra e da lì inizia perpetuamente una creazione nuova. Nella quale lo slancio aereo del tempio di Giove è stimato con commozione.

Potere, fine del “gioco”?

settembre 12, 2011

Tra pochi giorni si aprirà a Londra una mostra retrospettiva dedicata al «postmoderno». Ora, una mostra retrospettiva si dedica di solito ad un pittore morto o ad un fenomeno artistico e culturale ritenuto esaurito. E, infatti, si dice che il postmoderno è finito. Ha avuto vita breve, circa quarant’anni; decisamente pochi rispetto ai sei secoli dell’era che l’ha preceduto – quella moderna, appunto – o al millennio del medioevo che c’era prima. Ma, si sa, oggi va tutto più in fretta.

Difficile dare una definizione sintetica e chiara di postmoderno; più che altro si è trattato di una tendenza ad abbandonare l’organicità di una visione della vita, dell’arte, della filosofia, della società in favore di un approccio mutevole, senza schemi, senza pretese di completezza e senza paletti di regole. Questo ha voluto dire mettere in discussione alcuni dogmi della modernità, come lo scientismo, la fiducia in qualche ideologia politica, la presunzione di possedere la realtà, di saperla esaurientemente descrivere e comodamente piegare ai propri scopi. D’altra parte postmoderno ha significato però rinunciare in partenza alla ricerca di una spiegazione totale, trattare tutto come un gioco, «decostruire» (parola centrale della mentalità postmoderna) ogni certezza.

Ed è a questo punto che il quarantenne postmoderno mostra già i dolori della vecchiaia e anzi i rantoli della fine. Ci siamo accorti in fretta che prendere tutto con superficiale e giocosa ironia non funziona, che di decostruzione in decostruzione stiamo riempiendo le nostre esistenze di macerie, che sono scomode e, se viene il freddo di una crisi, non ti riparano. La ricetta? Bisogna «ritornare alla verità e ai valori», dicono. Autorevoli analisti affermano che il postmoderno sta dunque per essere sostituito da una nuova era, quella dell’autenticità. Autentico, come dice il dizionario, significa proprio «rispondente alla verità». C’è, dunque, una verità dell’io, non è tutto un gioco superficiale e senza neppure una vittoria e un premio finali.

Ma attenzione, la verità dell’io non è che egli sia autentico. In greco la parola «autentico» deriva da un verbo che indica potere assoluto, piena autorità; l’autenticità sarebbe, quindi, la detenzione della suprema e non vincolata da niente potestà su se stessi. Allora, l’«era dell’autenticità» non porterebbe altro che un ritorno all’inizio dell’epoca moderna, alla celebrazione dell’uomo e delle sue capacità come indipendenti e autonome. Ma se c’è una cosa chiara è che l’uomo non è veramente padrone di se stesso, come ben sapevano il medioevo e tutte le civiltà religiose.

 Soltanto superando il dogma della autonomia e aprendosi alla dimensione religiosa, cioè alla originaria dipendenza, il post postmoderno non produrrà un’era ancora più confusa di quella oltre la quale vuol andare.

A meno che tutta questa insistenza sull’autenticità non nasconda un’insidia peggiore. Sempre secondo il dizionario, autentico significa anche rispondente alla validità, cioè alla norma, agli schemi, alle definizioni che qualcuno ha codificato e a cui, per essere autentico, io devo adeguarmi, come un documento che ha tutti i timbri a posto. E quel qualcuno è certamente un potere che ha bisogno di «autentici» servi.

Realtà, non simbolo

settembre 5, 2011

Siamo nella settimana del Congresso eucaristico nazionale, il venticinquesimo nella storia dei cattolici italiani. L’Eucarestia non è un gesto puramente devozionale e privato; tende, piuttosto, ad avere un profondo impatto «per la vita quotidiana», come recita il titolo di questo Congresso. Tale impatto rischia a volte di essere valutato e richiesto in termini puramente moralistici; come se si trattasse di un procedimento deduttivo: siccome hai partecipato all’Eucarestia ne consegue che devi comportarti in questa e quest’altra maniera. Il primo impatto «per la vita quotidiana» mi sembra, invece, una rivoluzione di carattere conoscitivo: l’Eucarestia è un potente e permanente invito a riconoscere che la realtà delle cose che vedo non coincide con quello che vedo.

Cerco di spiegarmi raccontando una piccola scoperta che ho fatto in vacanza: il miracolo eucaristico di Alatri. Siamo nel 1228, nella cittadina laziale vive una vecchia fattucchiera. Per le sue pratiche magiche le occorre un’ostia consacrata e convince una ragazza a fare la comunione, ma a non deglutire e quindi a portarle l’ostia. La ragazza esegue e porta a casa la particola consacrata in un fazzoletto. Ma la maga tarda a passare a prenderla e la ragazza, incuriosita, apre il fazzoletto e vi trova un pezzo di carne. Spaventata e pentita corre dal vescovo col fazzoletto e l’ostia trasformata. Il vescovo si rivolge a papa Gregorio IX per chiedere sul da farsi; il pontefice gli dice di conservare onorevolmente la reliquia e di essere clemente con la giovane e severo con la maga. La reliquia c’è ancora oggi. Il miracolo di Alatri è simile a quello più famoso di Bolsena, di poco successivo. In questo caso si tratta di un sacerdote che nutre dubbi sul fatto che quel pezzo di pane che lui stesso ha consacrato sia il corpo di Cristo e il vino il suo sangue. All’atto di spezzare l’ostia, ne escono delle gocce di sangue che finiscono sulla tovaglietta che sta sotto il calice e che si chiama corporale.

 Il prete corre subito nella vicina Orvieto, dove risiede il papa Urbano IV, portandogli il corporale. Sarà questo pontefice a istituire la festa del Corpus Domini, il culmine della devozione della Chiesa all’Eucarestia.

Insomma, i miracoli eucaristici stanno a dirci che la realtà dell’ostia consacrata è diversa da ciò che si vede. Quello è effettivamente, realmente il Corpo di Cristo; non è il simbolo della sua vicinanza e sostegno nel cammino della nostra vita, non è neppure il simbolo del nostro desiderio di essere in rapporto con lui o in comunione tra di noi. L’Eucarestia rappresenta una sfida radicale al nostro razionalismo, che tende a delimitare la realtà di quello che ci appare a ciò che ne percepiamo o, al massimo, sentiamo e pensiamo. Una sfida che apre sorprendenti prospettive anche «per la vita quotidiana». Perché se ciò che appare ha una profondità che va oltre l’apparenza, allora si trasforma anche lo sguardo a me stesso, ai miei amici, agli estranei, al tempo che scorre, alla prima foglia che è cominciata a cadere: la finitudine soffocante è sfondata in una prospettiva senza termine.

Per non annoiarsi

agosto 30, 2011

La prima delle pagine culturali del Corriere della Sera di qualche tempo fa, faceva un po’ paura. Titolo: L’arte della noia. Sottotitolo: Manuale per sopravvivere alle pene di Ferragosto. Riquadro in alto: Alla ricerca di antidoti contro le ore vuote. A uno gli viene la tristezza prima ancora di cominciare. In pagina un lungo e colto articolo di Alessandro Piperno che, coerentemente coi titoli, ruota attorno al vuoto estivo, alle domeniche in cui non si sa cosa fare, alla noia che edonismo dei divertimenti e stakanovismo del lavoro non riescono a cancellare.

Ad un certo punto Piperno scrive: «Chissà che quando Dio inventò la domenica per riposarsi e per farci riposare, non abbia sbagliato i calcoli! Possibile che un tipo solerte come l’Onnipotente non abbia tenuto conto del fattore-noia?». Ma è proprio vero che riposarsi finisce per coincidere con l’annoiarsi? Credo sia così solo per chi pensa che l’unico orizzonte sia quello che può raggiungere coi propri pensieri o con la capacità della propria azione, per chi non si imbatte veramente mai con qualcosa di diverso da sé. Il Dio della Bibbia, invece, si è riposato perché voleva avere tutto il tempo, se così si può dire, per guardare quanto fosse bello il diverso da sé che era uscito dalle sue mani. Sant’Ambrogio ha un pensiero incredibile a riguardo; dice che Dio si riposa dolo dopo aver creato l’uomo. Come mai? Perché in tal modo aveva «trovato uno a cui perdonare», cioè un diverso così diverso che gli è andato contro; eppure, guardandolo, il Creatore riposa. Egli ha chiesto all’uomo – addirittura con un comandamento: Ricordati di santificare le feste – di riposare perché noi pure potessimo guardare fuori da noi stessi; guardare Lui, guardare quanto è bello ciò che Lui ha fatto e ciò che noi, col nostro lavoro, vi abbiamo aggiunto.

Più oltre Piperno scrive: «Non c’è grande ideale, passione politica, ambizione professionale, misticismo religioso che non siano stati subdolamente partoriti dal terrore di restare impantanati nella palude della noia». Non esageriamo! In vacanza ho visitato le due meravigliose abbazie cistercensi di Fossanova e Casamari e non sarà certo la frase buttata lì in un articolo ferragostano a convincermi che le migliaia di monaci che le hanno costruite, abitate e rese belle l’abbiano fatto solo perché altrimenti si sarebbero annoiati. Non se lo sonno inventati loro, per riempire un vuoto, l’ideale monastico, non hanno eccitato il loro «misticismo religioso» tanto per non restare impantanati nella noia. Hanno risposto, più o meno eroicamente, più o meno coraggiosamente, ad altro da sé, ad una chiamata.

L’antidoto alla noia non è l’incremento dell’attività ideale, religiosa, professionale, artistica e quant’altro; in questo modo non si esce dal cerchio soffocante e noioso del solipsismo. Bisogna che ci sia qualcosa o qualcuno che si impone alla nostra attenzione. E il mondo ne è pieno; tutto parla e risulta noioso solo per chi non sta a sentire.

Mi rendo conto che queste riflessioni possono apparire superate ora che la vita normale riprende e il presunto vuoto di Ferragosto è alle spalle. In realtà la noia può essere il sottofondo anche di giornate cariche di attività e di impegni. Ma chi ha capito da cosa dipende non si lascia fregare. Sa che basta sollevare gli occhi dal proprio ristretto buco. Avete mai visto un bambino piccolo annoiato?

La preghiera di Péguy

agosto 15, 2011

Se c’è una cosa che sembra irrimediabilmente contraddire ogni possibilità di certezza, che sembra cioè togliere il sostegno solido ad ogni nostro passo, questa cosa è il male. Il male fisico, quello morale, quello psicologico; quello, insomma, che nella morte trova il suo implacabile e tragico emblema.

Charles Péguy, nella prima metà del 1912 arriva ad uno di quei momenti in cui il male e la morte bussano alla porta dell’esistenza, anzi vi entrano senza tanti complimenti e cercano di squassare ogni certezza. Sono le preoccupazioni nel lavoro (la rivista da cui trae sostentamento per sé, la moglie e i tre figli è ancora una volta sull’orlo del fallimento), le difficoltà familiari (si sente un estraneo a casa sua ed è tentato da una relazione extraconiugale a cui però non vuol cedere), le incomprensioni dei vecchi amici che non lo seguono più dopo il suo ritorno alla fede, gli scontri coi nuovi compagni di strada cattolici che non lo capiscono ed anzi lo esasperano con richieste per lui inaccettabili. Per di più, a febbraio, l’ultimo figlio, Pierre, ha una grave malattia che potrebbe costargli la vita. In mezzo a questo mare di prove Péguy decide di affidare tutto alla Madonna: andrà in pellegrinaggio a Chartres a chiederle di prendersi cura lei di tutte queste necessità.

La descrizione poetica di questa straordinaria esperienza è L’Arazzo di Nostra Signora. Esso è composto da una prima parte in cui il poeta racconta i motivi del pellegrinaggio e i pensieri che l’hanno accompagnato nel cammino e da una seconda che raccoglie le Preghiere fatte di fronte a Maria. C’è un pezzo commovente della prima parte, che si intitola Presentazione della Beauce alla Madonna di Chartres, che mi sembra descrivere bene l’unica cosa che può dare certezza in mezzo al dolore: la sicurezza di un rapporto che è capace di perdonare ogni male, di lenire ogni fatica, di vincere persino la morte: la grazia di Dio, che si manifesta come misericordia.

Se c’è una cosa che sembra irrimediabilmente contraddire ogni possibilità di certezza, che sembra cioè togliere il sostegno solido ad ogni nostro passo, questa cosa è il male. Il male fisico, quello morale, quello psicologico; quello, insomma, che nella morte trova il suo implacabile e tragico emblema.

Charles Péguy, nella prima metà del 1912 arriva ad uno di quei momenti in cui il male e la morte bussano alla porta dell’esistenza, anzi vi entrano senza tanti complimenti e cercano di squassare ogni certezza. Sono le preoccupazioni nel lavoro (la rivista da cui trae sostentamento per sé, la moglie e i tre figli è ancora una volta sull’orlo del fallimento), le difficoltà familiari (si sente un estraneo a casa sua ed è tentato da una relazione extraconiugale a cui però non vuol cedere), le incomprensioni dei vecchi amici che non lo seguono più dopo il suo ritorno alla fede, gli scontri coi nuovi compagni di strada cattolici che non lo capiscono ed anzi lo esasperano con richieste per lui inaccettabili. Per di più, a febbraio, l’ultimo figlio, Pierre, ha una grave malattia che potrebbe costargli la vita. In mezzo a questo mare di prove Péguy decide di affidare tutto alla Madonna: andrà in pellegrinaggio a Chartres a chiederle di prendersi cura lei di tutte queste necessità.

La descrizione poetica di questa straordinaria esperienza è L’Arazzo di Nostra Signora. Esso è composto da una prima parte in cui il poeta racconta i motivi del pellegrinaggio e i pensieri che l’hanno accompagnato nel cammino e da una seconda che raccoglie le Preghiere fatte di fronte a Maria. C’è un pezzo commovente della prima parte, che si intitola Presentazione della Beauce alla Madonna di Chartres, che mi sembra descrivere bene l’unica cosa che può dare certezza in mezzo al dolore: la sicurezza di un rapporto che è capace di perdonare ogni male, di lenire ogni fatica, di vincere persino la morte: la grazia di Dio, che si manifesta come misericordia.

Vertigine e certezza

agosto 8, 2011

Con l’editoriale di oggi vorrei provare ad offrire spunti di riflessione sul tema del prossimo Meeting di Rimini: la certezza. Sono veramente spunti, senza nessuna presa di organicità o di esaustività. Un semplice invito a pensarci su.

Il punto di partenza è la constatazione che viviamo in un mondo che, al di sotto della sicumera esteriore degli atteggiamenti, è profondamente incerto, preda ad una specie di mal di mare provocato dalla instabilità del terreno su cui poggiano i piedi dei sentimenti, dei pensieri e delle azioni. È una condizione descritta magistralmente da Pascoli in uno dei suoi Nuovi poemetti. Immagina il nostro pianeta improvvisamente privato della forza di gravità; noi uomini, che prima sembravamo con i piedi saldamente fissati al terreno, ora siamo «penduli», con la testa in giù nell’infinità del cielo. Guardando le cose così, viene lo sgomento, la paura di «cadere in cielo»; la notte stellata si trasforma in un baratro, un «cupo vortice di mondi», nel quale si precipita verso un fondo di cui non si intravvede la fine. Vengono le vertigini; ed infatti La vertigine è il titolo di questo inquietante poemetto pascoliano. È la stessa vertigine che dà l’incertezza. Ci resta solo di aggrapparci alla cosa più vicina: «Allora io, sempre, io l’una e l’altra mano / getto ad una rupe, a un albero, a uno stelo / a un filo d’erba, per l’orror del vano!».

C’è un unico antidoto a questa vertigine: la semplice constatazione che la forza di gravità c’è, che le cose ci sono, che io non sto cadendo verso l’ultima nebulosa della galassia. Non è un gioco di parole o un superficiale divertimento dell’immaginazione. L’incertezza in cui viviamo è generata da un virus originale: la sostituzione del dato elementare con il contenuto mentale o sentimentale. Allora vale tutto e tutto è uguale a tutto e, in fondo, uguale a zero. La prima sorgente di certezza è lo stupore che le cose sono e sono come sono, è l’evidenza del dato. Un’evidenza che anzitutto produce stupore: è stupefacente che le cose, ed io fra lori, ci siano. Nessun pensiero e nessuno stato d’animo possono farmi tornare indietro da questa evidenza e da essa si parte per ogni avventura conoscitiva o affettiva.

Molto si potrebbe citare per documentare questo stupore originario. Mi limito al finale di una famosa novella di Pirandello: «Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento. Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna. Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna? Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna! E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore».

Suggerisco poi di osservare la celebre foto di Giorgio Morandi [http://www.goartgallery.it/Artisti/Giorgio-morandi.aspx] che guarda bottiglie e vasi, soggetto quasi esclusivo alla sua pittura. Cosa c’è di più banale di una bottiglia? Non è assolutamente banale, però, che quella bottiglia ci sia e stia lì sul tavolo, offerta al mio sguardo. L’umile accettazione del suo esserci, del dato inesorabile che essa rappresenta di fronte a me è origine di ogni certezza.

Per gli occhi di Beatrice

agosto 1, 2011

Normalmente la parola certezza ci fa pensare ad una convinzione che si sviluppa esclusivamente in ambito intellettuale. Ciò è frutto di una concezione della verità interpretata come puro fenomeno di ragione, come luce che investe le tenebre della menzogna e mostra lo splendore razionale di una certa affermazione. Ma questa è solo una parte della verità e, quindi, è solo un aspetto della certezza. Diverse culture, ad esempio quella della Bibbia, usano come metafora della verità non tanto la luce quanto la roccia. Verità è la solidità della pietra dietro cui ci si può riparare durante una tempesta di sabbia o su cui si può costruire una casa. Certezza coincide in questo caso con la sicurezza di un appoggio: il contrario della vertigine dovuta a un terreno instabile sotto i piedi.

La certezza, quindi, è anche questione di solidità di rapporto. Il testo letterario che più mi impressiona a questo riguardo è quello di Dante alla fine della salita del Purgatorio. Come noto, il secondo regno dell’aldilà dantesco è una immensa montagna fatta a gradoni. Accompagnato da Virgilio, Dante la sale fino ad arrivare all’ultimo, quello che ospita i lussuriosi. Immaginiamoci la scena: i due poeti – da un po’ di tempo in compagnia di un terzo, Stazio – sono sul ripiano del monte, alle loro spalle l’enorme scarpata che scende fino al mare, di fronte un muro di fuoco dove i peccatori purificano la loro anima. Dante parla con alcuni di loro, stando ben attento a non avvicinarsi troppo ala fiamma; arrivano poi davanti all’angelo che custodisce quel cerchio, il quale dice una cosa che getta Dante nello sgomento: «Più non si va, se pria non morde, / anime sante, il foco». Per fare l’ultima salita, quella che porta al paradiso terrestre, bisogna attraversare la muraglia di fuoco. Dante non ne ha la minima intenzione, ha paura, non è certo.

Virgilio tenta di rassicurarlo con ragionevolissime considerazioni: il fuoco può far male, ma non condurre a morte; ricordati di altri passaggi difficili che abbiamo superato insieme, tanto più ora che siamo più vicini a Dio riusciremo ad affrontare anche questa prova; metti un lembo del tuo mantello nel fuoco e vedrai che non brucia. C’è ogni possibile motivazione per essere certi: il ragionamento teologico per cui nulla in Purgatorio può nuocere, il ricordo di passate vicende analoghe, l’invito all’esperienza diretta. Ma non basta: «E io pur fermo», dice Dante. Tutti quei convincenti ragionamenti non riescono a smuoverlo a dargli la certezza sufficiente a superare la paura. Con straordinario acume il poeta osserva che se ne stava immobile pur condividendo le motivazioni del maestro, cioè «contra coscienza»: vorrebbe aderire a quello che gli viene detto, ma non ce la fa, rimane «fermo e duro». La certezza non è arrivata.

Allora Virgilio, «turbato un poco», gioca l’ultima carta. C’è un solo rapporto che può dare a Dante la sicurezza/certezza necessaria per affrontare il fuoco, quello con la donna amata. E secco gli dice: «Or vedi, figlio: / tra Beatrice e te è questo muro». Al nome di lei la durezza incerta di Dante si trasforma in cedevole disponibilità e, come un bambino che accetta di fare quello che non voleva perché gli si promette una bella mela (l’esempio è di Dante stesso), il poeta entra tra le fiamme. Che bruciano e il saggio Virgilio, per sostenere la certezza nella prova del fuoco, dice: «Li occhi suoi già veder parmi». Sono quegli occhi intravisti che danno la certezza che nessun titanico sforzo di volontà e nessun impeccabile ragionamento avevano saputo produrre.

Cos’è la nostalgia?

luglio 26, 2011

Nostalgia è una parola che deriva dal greco ed è composta da due elementi. Il primo è il suffisso algìa, che indica un dolore, una sofferenza. La parte che precede il suffisso descrive la causa di quel dolore.

In ambito genericamente medico il percorso è lineare: per esempio, sciatalgia vuol dire che a far soffrire è il nervo sciatico. Nel nostro caso è un po’ diverso; la prima parte della parola – nostos – non è ciò che fa soffrire; anzi è la sua mancanza che provoca il dolore. Nostos significa ritorno; quindi la nostalgia è quella sofferenza, meglio sarebbe dire struggimento, che si prova aspettando un ritorno.

Ma ritorno di chi o di che cosa? Originariamente – e la parola è stata ideata proprio in questo contesto – la nostalgia riguarda il desiderio acuto e inguaribile che hanno l’esiliato, il pellegrino, chi per svariate ragioni si trova lontano dalla propria casa e dalla propria terra di farvi ritorno. È un ritorno che riguarda il futuro.

Altri ritorni si volgono invece al passato; è nostalgia il desiderio di tornare agli anni della spensierata giovinezza, di rivivere l’inizio di un amore quando esso aveva tutta la sua intensità e purezza, di riandare ai primi passi di un’amicizia non ancora macchiata da incomprensioni o tradimenti.

A livello non più personale ma sociale, si può accennare al grande mito del ritorno all’età dell’oro, che ha caratterizzato numerose culture; di fronte a un presente troppo complesso e duro, gli uomini hanno immaginato, con infinite sfaccettature, una mitica società primitiva del tutto esente dai dolori e dalle criticità dell’esperienza presente e a quell’età dell’oro, ormai sfumata nelle nebbie di un passato lontanissimo, hanno rivolto il loro nostalgico sguardo.

La nostalgia può anche riguardare il ritorno di qualcuno diverso dal soggetto che la prova. È una forma di nostalgia quella del bambino che attende con ansia che la mamma venga a riprenderlo all’asilo, quella dell’adolescente che sbircia fuori dalla finestra in attesa che lei passi di fronte a casa sua, quella di chi desidera che un caro amico torni da un lungo viaggio.

In questo caso, il movente della nostalgia non è più l’assenza incolmabile di un passato che non può tornare, bensì quella infinitamente più dolce di una presenza che c’è, anche se è lontana e quindi deve tornare.

È evidente che, quanto più forte è il legame che ci lega alla persona attesa, tanto maggiore è la forza della nostalgia. In sommo grado, quindi, la nostalgia è di colui il cui ritorno e più di ogni altro desiderato e desiderabile, Dio.

Ma da dove dovrebbe mai tornare Dio? Egli, dice il vecchio, catechismo, «è in cielo, in terra e in ogni luogo» e quindi il suo ritorno è per forza molto diverso da quello di un amico che vive lontano e molto diversa sarà la nostalgia che ne deriva. Se Dio è la consistenza ultima e profonda – tenax vigor dice un inno – di tutte le cose e il significato di ogni avvenimento, il suo tornare non può che essere il manifestarsi chiaro di questo.

La nostalgia è dunque paradossalmente del ritorno di uno che non se n’è mai andato. L’amico lontano era già tornato e io non lo sapevo o non me n’ero accorto perché guardavo altrove. E ora che so che è qui ho ancora più nostalgia perché vorrei sapere tutto di lui e dirgli tutto di me.

Figli senza padri

luglio 18, 2011

In un recente articolo su la Repubblica, lo psicanalista Massimo Recalcati sostiene che è necessario e urgente rivalutare la figura del padre. Per spiegarsi dice che dobbiamo passare dal mito di Edipo a quello di Telemaco.

Le due storie sono note. Edipo, per una misteriosa quanto inflessibile volontà degli dei, si è trovato a uccidere il padre e a sposare la madre. Per secoli la tragedia di Sofocle è stata letta come inarrivabile descrizione della potenza implacabile del fato, che realizza sempre ciò che ha deciso per gli uomini, anche se questi cercano disperatamente di sfuggirgli.

Con la nascita della psicanalisi, giusto un secolo fa o poco più, l’interpretazione si è trasformata nei termini del “complesso di Edipo”: l’uccisione del padre per conquistare il proprio ruolo virile rispetto al mondo femminile. Poi però la presunta necessità di uccidere il padre per diventare adulti si è costituita in dogma incontestabile in tutti i campi dell’esistenza; abbiamo così assistito all’attacco sconsiderato a ogni paternità, autorità e tradizione.

E ora siamo qui a constatare lo smarrimento di giovani che non hanno il padre, anche se in famiglia c’è questo adulto che si veste e parla da giovane e che goffamente cerca di essere “amico” del figlio; giovani che non riconoscono – nel senso che nessuno è capace di mostrarla loro – nessuna autorità al maestro, al professore, al prete e nemmeno all’allenatore di calcio. Lo smarrimento è evidente, perché senza una proposta autorevole il processo educativo non si avvia. E se sistematicamente autorevole viene identificato con autoritario, non c’è più niente da fare.

Telemaco è il figlio di Ulisse. Crede che suo padre sia morto chissà dove e subisce mestamente la prepotenza dei pretendenti al letto di sua madre e, di conseguenza, al trono di Itaca. Ma, sotto le vesti di un mendicante, la dea Atena lo rincuora: suo padre non è perduto e tornerà. A questo semplice annuncio, il giovane timido e remissivo si trasforma: diventa audace e coraggioso.

Ed effettivamente Ulisse tornerà e vincerà, con l’aiuto del figlio, i suoi nemici. Commenta Recalcati: «Siamo nell’epoca dell’evaporazione del padre, ma siamo anche nell’epoca di Telemaco; le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni». Certo, non il padre padrone, repressivo, puro vindice della disciplina, gerarca lontano; piuttosto il padre «capace di testimoniare come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità».

È a questo punto che il ragionamento dello psicanalista mostra, a mio avviso, un punto debole. Secondo Recalcati, il padre-testimone non può che essere «incapace di dire qual è il senso della vita, ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso». Perché questa paura strana di «dire qual è il senso della vita»? E poi che sicurezza può trasmettere un padre se semplicemente testimonia che la vita «può» avere un senso, ma non è in grado di dire di che senso si tratta? Legittimamente il figlio potrebbe chiedergli: ma sta vita un senso ce l’ha o no?

Domina ancora la paura che affermare qualcosa significhi ledere la libertà dell’altro. Invece, il padre autentico è eminentemente affermativo. Afferma prima di tutto l’esistenza del figlio e quindi la sua positività, e poi afferma e propone il senso per cui lui vive. Certo, il padre, come sostiene Recalcati, non è proprietario del figlio, così come non è proprietario del senso della vita che riconosce. Ma è solo affidandolo lealmente alla libertà di verifica del figlio che si mostra davvero padre.