Archivio per ottobre 2008

Gli animali, il pigiama e la religione

ottobre 28, 2008
di Hannibal Lector
ll fatto è in sé secondario, quasi banale. All’interno del Festival della scienza di Genova è stata allestita una mostra, proveniente da Oslo, sull’omosessualità nel mondo animale. Ne dà notizia Il Corriere della Sera del 25 ottobre. Il titolo è pruriginoso: «Gli animali gay in mostra a Genova. Folle e polemiche». Le folle sono quelle dei numerosi visitatori; le polemiche quelle di alcune associazioni di famiglie che hanno dei dubbi sul fatto che a visitare la mostra siano portate anche scolaresche di ragazzi e ragazze molto giovani.

Ma non è sull’opportunità o meno di far vedere «Against Nature?» (così si intitola l’esposizione) ai piccoli che vorrei soffermarmi. Ben altro mi è sembrato molto fastidioso nel modo con cui l’iniziativa è presentata dal giornale di via Solferino. Ed è una cosa che non c’entra nulla con l’omosessualità. Il responsabile del festival, Vittorio Bo, dice della mostra: «Nessuno scandalo. L’approccio all’argomento è scientifico. Non c’è nulla di osceno o di offensivo».

Tranquillizzato da queste rassicurazioni, stavo per girare la pagina del giornale senza finire di leggere l’articolo. Poi, invece, ho continuato e ho scoperto che la mostra si apre con una frase, che commenta il titolo, di Magnus Enquist, etologo dell’università di Oslo. A dire il vero avrei dovuto accorgermene prima, perché quella stessa frase campeggia nella grande foto che accompagna l’articolo, virgolettata tra due colli di giraffe (presumibilmente omosessuali). E cosa dice l’etologo di Oslo, come introduzione ad una mostra che ha un «approccio scientifico» e «nulla di offensivo»: «Ci sono cose che vanno contro natura molto più dell’omosessualità, cose che soltanto gli uomini riescono a fare, come avere una religione o dormire in pigiama».

Nulla di offensivo? Dicono che ciò che milioni di persone hanno di più intimo e caro, cioè il sentimento religioso, è «contro natura» e pretendono di essere scientifici ed inoffensivi? Ovviamente è già pronto il tranello: far discutere i cattolici (che si presume siano religiosi) sulla bontà o meno di portare i piccoli ad una mostra «scientifica» sul comportamento sessuale degli animali; tanto se dici che sei contrario passi subito dalla parte dell’oscurantista. Così, mentre ti lasciano discutere sul moscerino dell’omosessualità, ti fanno ingoiare il cammello dell’ateismo a buon mercato.

 

 

Dal «disagio» del Sessantotto a quello di oggi

ottobre 28, 2008
di Pigi Colognesi 
«Quando sono cominciate le agitazioni, ci siamo mossi spinti da un disagio più o meno generico e imprecisato che sentivamo verso la scuola. È un disagio che tutti avvertiamo, chi in maggiore chi in minore misura; ma quando questo disagio non è più sentito dal singolo studente verso il singolo professore, ma da tutta la massa studentesca verso l’autorità scolastica, allora comincia a nascere una coscienza di categoria che determina fra sé e la controparte uno stato di tensione». Non è una frase scritta in questi febbricitanti giorni di subbuglio scolastico. È tratta dal Bollettino del Movimento studentesco del Manzoni, un liceo milanese, del giungo 1968.

Su il Sussidiario di venerdì scorso Giovanni Cominelli concludeva il suo editoriale a commento di quanto sta avvenendo nelle scuole con queste parole: «Il rischio che si profila è il passaggio dal disagio alla rabbia».

È chiaro che i paralleli storici sono sempre impropri e che, quindi, non vale la pena stare a disquisire se e quanto le proteste studentesche di questi giorni configurino un movimento di protesta paragonabile a quello di quarant’anni fa. Ed è singolare che l’ondata delle rievocazioni del «formidabile» «anno degli studenti» (definizioni rispettivamente di Mario Capanna e Rossana Rossanda) cui abbiamo assistito prima dell’estate si sia smorzata proprio in questo autunno che ha visto montare la protesta studentesca. Pur di non citare il Sessantotto, un quotidiano ha addirittura riesumato, come antecedente storico dell’attuale momento, il lontanissimo (e pressoché sconosciuto agli studenti) 1848. L’accostamento delle due frasi suggerisce, comunque, alcune riflessioni.

Anzitutto la constatazione che c’è un «disagio». Per quanto «generico e imprecisato» allora, per quanto soffocato dalla musica degli ipod e dalla massa delle sollecitazioni esterne ora, il disagio è la cifra con cui gli studenti leggono la propria condizione. Da anni si è imposta una espressione che descrive in modo pregnante la vera questione: «emergenza educativa». Il disagio manifestato dagli studenti ne è una spia drammatica ed ogni ipotesi di cambiamento (o di mantenimento dello status quo) che non prenda in considerazione quella emergenza è una violenza nei confronti dei giovani. Del resto proprio l’incapacità del mondo adulto di rispondere alla domanda di autenticità che saliva dagli studenti è stata una delle cause della deriva giovanile che ha fatto seguito all’impeto iniziale del Sessantotto. Una deriva, non dimentichiamolo, che ha voluto dire violenza, anni di piombo, ma anche reazioni evasive in paradisi più o meno artificiali. Tutte forme della «rabbia» citata da Cominelli.

Qui si pone una seconda questione che la frase degli studenti del Manzoni evoca. È evidente che ad un certo punto il loro disagio ha trovato un facile canale interpretativo e una semplicistica ipotesi di soluzione: l’ideologia. Tutti gli storici del Sessantotto mettono in rilievo che l’inizio della protesta ha avuto un carattere, diciamo così, riformista: si voleva una scuola più democratica e aperta all’attualità, una formazione meno libresca, una maggior libertà di espressione. Ad un certo punto avvenne però una svolta: raggiunti dalle formulazioni ideologiche degli universitari, gli studenti delle superiori hanno cominciato a dirsi e a dire che quel loro «disagio» poteva trovare adeguata lettura solo all’intero di una analisi generale della società, che non bastava ottenere dei miglioramenti immediati ma occorreva contestare globalmente il sistema, che era giunto il momento «fare la rivoluzione» per costruire un nuovo assetto sociale ed economico non capitalista. I criteri di interpretazione della società e gli strumenti per cambiarla sono stati forniti dal marxismo, nelle sue multiformi espressioni, dall’ortodossia leninista al maoismo. Insomma, quarant’anni fa il passaggio dal disagio alla rabbia è stato mediato dalla lente distorcente dell’ideologia marxista. Non è facile prevedere se anche oggi si replicherà un fenomeno analogo. Da più parti si dice che le ideologie sono finite, ma non ne sarei così convinto. Se l’ideologia è la sovrapposizione di una idea interpretativa alla semplicità del dato reale, è facile immaginare che anche oggi «cattivi maestri» tenteranno di imporre sul disagio dei giovani le loro idee (magari non strutturate come il defunto marxismo, ma più soft) e, forse anche, di sfruttarne la rabbia.

 

 

Dalla Humanae vitae alla camorra: quando la stampa sembra non voler capire il Papa

ottobre 24, 2008
di Hannibal Lector
I meccanismi della comunicazione giornalistica sono evidentemente molto complessi e non facili da decifrare. Tuttavia si può tentare di trovare delle linee di tendenza ed evidenziare i cliché che si vanno via via imponendo. Vorrei provare a farlo prendendo in considerazione recenti articoli su Benedetto XVI.

 Prima di tutto dobbiamo considerare che quantitativamente la mole di scritti è piuttosto rilevante; il Papa fa notizia. Ma qui occorre subito prestare attenzione a che cosa del magistero pontificio viene ripreso dai giornali. La selezione degli argomenti è il primo modo per dare una interpretazione. Cosa, dunque, ha fatto notizia sulla grande stampa italiana in queste ultime settimane?

 Potremmo partire dagli interveti di papa Benedetto in occasione del quarantesimo anniversario della enciclica Humanae vitae. Il tema è appetitoso, sia perché tutto ciò che lambisce la sfera del sesso risulta particolarmente attraente per i giornali, sia perché già al momento della sua promulgazione l’enciclica di Paolo VI aveva scatenato furibonde polemiche. Forse nelle redazioni si era pensato che dopo quarant’anni la Chiesa avesse cambiato posizione e, magari sull’onda delle numerose richieste di perdono per gli errori dei suoi figli, finisse per scusarsi anche dell’Humanae vitae. Quando, al contrario, Benedetto XVI ne ha riaffermato la validità, anzi l’ha definita un documento profetico, è partito l’attacco: la Chiesa è contro l’amore, s’insinua indebitamente tra le lenzuola dei fedeli, non accetta gli sviluppi della scienza e della tecnica. Tutte cose già sentite quarant’anni fa.

 Così come molto vecchi sono due stratagemmi utilizzati per contrastare il pensiero del Papa; utilizzati allora sono puntualmente riapparsi anche stavolta. Il primo consiste nell’enfatizzare la distanza tra la teoria e la pratica; con tabelle alla mano si vuol dimostrare che i cristiani non seguono l’insegnamento dell’autorità della Chiesa e, quindi (in questo “quindi” sta tutta la falsità), quell’insegnamento è sbagliato. Se facessimo una statistica sulla consapevolezza con cui noi cristiani riceviamo l’eucarestia, dovremmo concludere che in quel pezzo di pane il corpo di Cristo non c’è. Ma l’autorità esiste appunto per ricordare la direzione ideale per tutti. Se sono distratto mentre faccio la comunione, ho bisogno di qualcuno che mi ridica il valore di quello che sto facendo, non che assecondi la mia distrazione.

 Il secondo stratagemma è quello di tirar fuori le dichiarazioni di qualche prelato che, consenziente o meno, si presta al giochetto di «non tutti la pensano come il papa e quindi ognuno può pensarla come vuole».

 Un secondo spunto di riflessioni ci viene dalle polemiche sulla beatificazione di Pio XII. La vicenda è complessa e parecchio intricata; suggerisco a chi vuole approfondirla di leggersi l’ampia intervista di Paolo Mieli su L’Osservatore Romano del 9 ottobre. Va comunque rilevato che il tono di molti articoli apparsi sull’argomento è tale per cui la Chiesa appare, in modo indimostrato, come l’imputato che si deve difendere, mentre semmai questa dovrebbe essere la conclusione dell’indagine, non il puto di partenza.

 Altro capitolo riguarda il discorso di Benedetto XVI in occasione del decimo anniversario della Fides et ratio di Giovanni Paolo II. Nelle reazioni a questo discorso si vede chiaramente un’altra tattica tipica della disinformazione: si espunge una frase dal contesto e la si commenta e fa commentare a prescindere dall’insieme. Ovviamente la frase selezionata è quella che può servire a confermare le proprie posizioni. Nella fattispecie l’assunto era quello di un inesistente attacco del Papa alla scienza. Tanto meglio (vedi sopra) se a sostenere questa tesi preconcetta è qualche scienziato che si proclama cattolico: l’effetto è assicurato.

 Sempre nell’ottica della presunta opposizione alla scienza è stato letto l’intervento di Benedetto XVI al sinodo dei vescovi, quando ha ricordato quello che tutti i credenti semplici hanno sempre saputo, che, cioè, la Bibbia non può essere letta esclusivamente con i semplici strumenti del’analisi storica; altrimenti, che «parola di Dio» (come sentiamo a messa tutte le volte che ne viene proclamato un brano) sarebbe? Il richiamo al fatto che la fede è unico adeguato criterio di lettura della Sacra Scrittura è invece stato interpretato da alcuni giornali come «paura» della scientificità della storia. Si noti, tra l’altro, che il crisma di scientificità viene attribuito, del tutto antiscientificamente, solo a chi distrugge il contenuto di fede della Bibbia. Un qualche giornalista che scrive un fortunato libro in cui si afferma che Cristo non ha mai detto di essere Dio sarebbe indiscutibilmente più scientifico di intere biblioteche esegetiche che dimostrano, anche scientificamente, il contrario.

 Da ultimo poi la propaganda avversa al papa si può appigliare anche ai suoi silenzi. Nella sua visita pastorale a Pompei Benedetto XVI non ha denunciato la camorra? Vuol senz’altro dire che in qualche modo egli si disinteressa del bene comune, dello sviluppo, della giustizia (non si arriva a dire che è connivente con la delinquenza, ma è un passo che il lettore potrebbe fare da sé). C’è uno strano strabismo in merito agli interventi “politici” del Papa (già Giovanni Paolo II ne aveva fatto le spese). Quando il pontefice parla di quello che il giornale ritiene giusto (per criticare Benedetto che non ha parlato di camorra si è rispolverato Giovanni Paolo che ha attaccato la mafia ad Agrigento) fa semplicemente il suo dovere. Quando invece interviene su argomenti altrettanto politici, ma indigesti al giornale (ad esempio la libertà di educazione o la bioetica), allora egli pratica un’indebita «ingerenza» nella sfera politica.

 Non è da pensare che le magagne della comunicazione giornalistica su questi temi scompariranno. Almeno cerchiamo di stare all’erta.

 

 

GIOVANNI PAOLO II/ Le ragioni e la forza del suo «Non abbiate paura»

ottobre 17, 2008
di Pigi Colognesi
Forse è stata la curiosità per il nuovo Papa venuto dalla lontana Polonia. Forse la simpatia destata dalla sua giovane età, dall’italiano ancora approssimativo, da quel suo scardinare usi consolidati (è stato il primo pontefice a tenere un breve discorso dalla loggia di San Pietro subito dopo l’elezione). Forse è stato il desiderio non ben consapevole di qualcosa di nuovo. Sta di fatto che c’era molta attesa, trent’anni fa, per il discorso con cui Giovanni Paolo II avrebbe inaugurato il suo pontificato. Ed effettivamente quel discorso è rimasto a lungo nella memoria di molti. Soprattutto per quella frase quasi gridata: «Non abbiate paura».

Come mai il vescovo di Roma e pastore della Chiesa cattolica universale parlava di paura? Paura di che? Un primo livello di lettura ci riporta alla situazione geopolitica di allora. I due blocchi delle superpotenze continuavano ad affrontarsi, nonostante tiepidi tentativi di riavvicinamento, in una sempre aggiornata versione di guerra «fredda»; la corsa agli armamenti proseguiva forsennata e la minaccia di un conflitto nucleare, piuttosto che allontanarsi, pareva incombere sempre più vicina. E negli anni successivi, per quel poco che si può a tutt’oggi sapere dell’ultimo periodo agonico dell’URSS, sembra sia stata ad un soffio dal realizzarsi quando, a metà degli anni Ottanta, l’Unione Sovietica, ormai sfiancata economicamente, ha pensato di risolvere la contesa con gli Stati Uniti sferrando il «primo colpo».
Il conflitto atomico era, dunque, una ipotesi spaventosa, ma reale. Faceva paura. Se il primo e il secondo mondo continuavano ad affrontarsi sull’orlo del baratro di un conflitto aperto, quello che ancora si chiamava «terzo» mondo (e non «paesi in via di sviluppo» come si userà in seguito) era schiacciato dalla paura della fame, del sottosviluppo (l’Africa abbandonata a se stessa da una decolonizzazione scriteriata, l’Asia ricca di popolazione e povera di pane) o dell’assenza di democrazia (gran parte dell’America Latina).
Ma il punto di vista di papa Wojtyla non era principalmente socio-politico. Ben altre paure incombevano sull’umanità. Prima tra tutte la paura per il destino stesso della civiltà umana. Come Giovanni Paolo II avrà modo di chiarire nel suo lungo pontificato, l’uomo contemporaneo ha paura del prodotto stesso del suo ingegno, della sua ricerca. La devastazione della natura, la messa in moto di dinamiche sociali che non si possono più controllare, la possibilità di intervenire con la scienza e la tecnica nei gangli più sacri della vita (la nascita e la morte), la potenzialità devastante della comunicazione di massa sono tutti fenomeni che incutono paura. Non perché in sé siano malvagi, ma perché inevitabilmente si portano dietro possibilità distruttive, possono innescare processi disumanizzanti.
È, in fondo, la domanda sul senso del progresso umano che non può essere accettato solo perché possibile. Se non si tiene presente la domanda sul senso (cioè la direzione) di quel processo e quindi non lo si sottopone alla verifica della sua positività, cioè il bene dell’uomo, di ogni singolo uomo, proprio quel progresso si trasforma in una minaccia. Oscuramente ma sensibilmente percepita come sorgente di paura.
Con quel suo grido a non avere paura Giovanni Paolo II toccava anche un altro, più profondo, livello. La paura di Dio e di Dio diventato uomo. Aggiungeva infatti: «Aprite, anzi spalancate, le porte a Cristo». Quando Cristo fa paura? Quando sembra contraddire l’esigenza umana di compimento e di felicità. Ma il cristianesimo, ricordava con forza vibrante il nuovo Papa, non è contro l’uomo. Anzi solo in Cristo l’uomo trova se stesso (come dice un passaggio del documento conciliare Gaudium et Spes che Giovanni Paolo II amava citare, anche perché probabilmente ne è stato uno degli estensori) ed è quindi in grado di affrontare tutte le paure destate dalla situazione circostante.
Quel richiamo non era ovvio e scontato. Da molti infatti si pensava che il cristianesimo avrebbe potuto continuare ad avere corso nella storia se avesse in qualche modo messo da parte la propria pretesa di «salvare l’uomo» (quindi liberarlo dalla paura), per sciogliersi nel comune cammino umano. E infatti i primi mesi e anni del pontificato di Giovanni Paolo II videro un impressionante serie di attacchi al suo magistero. Non c’era pronunciamento pontificio che non venisse giudicato reazionario, repressivo, antimoderno, integralista. Una aggressione di cui forse oggi molti si dimenticano.
All’invito a non avere paura Giovanni Paolo II ispirò tutti gli atti del suo magistero. La sua prima enciclica Redemptor hominis è una risposta a chi sente Cristo come una minaccia, mentre Egli è la possibilità stessa del compimento umano. Un compimento che nessuna situazione esterna può impedire; come testimonia la stessa vicenda personale del Papa che ha dovuto lavorare per dedicarsi agli studi teologici e lottare strenuamente contro il potere marxista e ateo nella sua Polonia.
Nei suoi interminabili viaggi in tutti gli angoli del mondo, nessuna sfumatura dei pericoli incombenti sul cammino umano è stata da lui tralasciata. La forza della «verità sull’uomo portata dal cristianesimo» (quella stessa che gli veniva contestata dagli intellettuali progressisti, anche nella Chiesa, di tutto il mondo) si faceva in quei suoi pellegrinaggi giudizio pertinente sui mali e le storture in cui si imbatteva e, nel contempo e inestricabilmente, annuncio di speranza, invito a non cedere alla paura, indicazione di strade percorribili. Nessuno, poi, si nasconde il ruolo centrale che il Papa venuto dall’Est ha avuto nello scardinare il monolite sovietico e quindi ridisegnare i tratti stessi del conflitto tra i due blocchi.
Non è difficile constatare che, a trent’anni di distanza, la paura non sia venuta meno. Non più tardi di qualche settimana fa a Roma si è svolto un importante convegno incentrato proprio su questo fenomeno, che appare anzi sempre più invasivo. Certamente i dati dello scenario sono cambiati. A livello geopolitico, ad esempio, ci troviamo di fronte al fenomeno islamistico, che trent’anni fa era inimmaginabile, o a quello dell’immigrazione, che aveva dimensioni decisamente più ridotte. La paura delle conseguenze del progresso è invece ormai consapevolezza diffusa: le discussioni sulla bioetica, piuttosto che sull’invasività di internet (anch’essi fenomeni del tutto nuovi) lo sta a dimostrare.
Probabilmente questi trent’anni ci hanno resi più consapevoli che ci sono molte ragioni per temere. Ma, oggi come allora, la proposta contro la paura di Giovanni Paolo II resta identica: «Aprite, anzi spalancate, le porte a Cristo». E, oggi come allora, è facile verificare l’efficacia di questa proposta: la paura è vinta dalla speranza.

 

 

Le parole del Papa sulla crisi economica viste dai giornali

ottobre 14, 2008
di Hannibal Lector
Era abbastanza prevedibile che il recente accenno di Benedetto XVI alla caducità dei soldi, a fronte della stabilità della Parola di Dio, suscitasse interesse e curiosità di un quotidiano come Il Sole 24 Ore che di soldi si occupa per vocazione. Così ho aperto con una certa aspettativa l’inserto domenicale del quotidiano della Confindustria per vedere se qualche illuminato uomo di cultura sarebbe intervenuto sull’argomento. Sorpresa: ci sono ben due paginoni fitti. Mi butto nella lettura e, man mano che avanzo, mi prende lo sconforto. Non sarebbe meglio tacere quando non si hanno argomenti importanti da proporre?

 Emma Fattorini fa il suo compitino con l’elenco delle encicliche sociali dei Sommi Pontefici da Leone XIII della Rerum novarum a Giovanni Paolo II; in attesa di quella annunciata del papa regnante. Prima, però, ci spiega come «le parole di Rantzinger sulla crisi economica indicano un ritorno alla redici spirituali e alla ricerca di un’etica comune». La quale etica comune avrebbe un saldo principio: «la coerenza fra le proprie convinzioni e il proprio agire». Etica uguale coerenza; siamo a livello dell’omelia.

 Dal canto suo Giancarlo Zizola presenta il magistero «economico» di Giovanni Paolo II ed in particolare la Cenntesimus annus. Ciò gli serve per riprendere vecchi cavalli di battaglia anticapitalisti. Indubbiamente «Wojtyla è fermo nel rifiutare l’assioma secondo cui la disfatta del socialismo reale lascerebbe il posto al solo modello capitalistico». Resta però il vago sentore che lo Zizola in fondo faccia ancora il tifo proprio per il modello socialista, come se ciò di cui stiamo parlando sia la stessa discussione degli anni della guerra fredda o di quelli del successo della teologia della liberazione.

 Lo sconforto per la pochezza dei contenuti si acuisce leggendo l’articolo di Massimo Firpo. Dopo aver sostenuto che l’appello papale a considerare la aleatorietà dei soldi «rischia di essere offensivo e umiliante per i tanti che di soldi ne hanno pochi e con essi devono campare», racconta di come equalmente cardinali e papi del rinascimento hanno accumulato un sacco di soldi con spregiudicate manovre finanziarie. E così gli antichi principi della Chiesa rientrano nell’elenco dei «pochi che invece di soldi ne hanno tanti», i quali non danno certo peso ai richiami spirituali come quelli di Benedetto, «nell’indefettibile convinzione che le leggi del mercato sono più rigorose di quelle di Dio». Unica consolazione: il fatto che «anche con le aberrazioni dell’alta finanza» cardinalizio-papalina sono state costruite impareggiabili opere d’arte.

 Lascio per ultimo il pezzo di apertura, firmato da Emilio Gentile, perché è stato l’apice dello sconforto. L’idea di fondo è che il richiamo di Benedetto XVI non può essere ben accetto negli Sati Uniti, «un paese per cui la ricchezza è un dono della Grazia». Il cristianesimo secondo Gentile (che cita ampiamente se stesso per tutta la prima colonna dell’articolo) si basa sulla povertà proclamata da Gesù nel Discorso della Montagna. Discorso ripreso da Benedetto XVI, pur essendo egli il «capo di una Chiesa tuttora contornata da una trionfale opulenza barocca, che è molto lontana dalla modesta dimora del figlio di un falegname» (così Gentile tira la volata a Firpo). Lo sconforto non è tanto perché uno si domanda se stia leggendo queste parole su un bollettino missionario o sul quotidiano della Confindustria. Lo sconforto è per quella opposizione fra Discorso della Montagna e «ricerca della felicità su questa terra». Come a dire che i cristiani devono accontentarsi di cercare la felicità nell’altro mondo. Qui, su questa terra, lascino fare a chi se ne intende. Ma il figlio del falegname non ha forse promesso, già qui, il centuplo?

 

 

L’alternativa al nulla è il coraggio di porre fatti positivi

ottobre 7, 2008

di Pigi Colognesi

A volte si leggono delle espressioni che, nella loro semplicità ed efficacia, appaiono definitivamente espressive di una situazione, di un momento storico, di uno stato dell’umano. A me è capitato recentemente di fronte a un’intervista concessa da André Gluksmann a Il Giornale. Descrivendo il suo impegno attuale, il filosofo francese dice: «La sfida al nichilismo è la più vasta, la più profonda, la più intima delle prove contemporanee». E accenna al fatto che, in questa lotta, ciò che occorre fare è dar voce ai «dissidenti del nichilismo». Eccola l’espressione sintetica ed efficace: «dissidenti del nichilismo».

Nichilismo è una parola che ormai ha travalicato il contesto filosofico e la discussione teorica, per finire nel linguaggio comune. Con essa si descrive qualcosa magari di vago e generico, ma in fondo preciso nella sua radice. La radice stessa della parola: nihil, nulla. Come a dire che non c’è niente che valga, niente che consista. Non i rapporti interpersonali resi labili dalla facilità e superficialità del loro farsi e disfarsi; non la verità, sostituita dal cicaleccio delle opinioni; non il destino della vita, che in fondo sembra rotolare verso il buio e scomparire. È come se una gigantesca ma impalpabile nube tossica abbia invaso i pensieri, gli affetti, le azioni, il lavoro, rendendo tutto così fragile da sembrare sempre lì lì per disgregarsi, sull’orlo, appunto, del nulla. Come, altrimenti, spiegare l’incredibile aumento dell’uso di stupefacenti tra adulti che lavorano, guadagnano, hanno una buona posizione sociale? Oppure la gravissima crisi educativa, la cui ultima causa è il fatto che sembra non ci sia nulla cui educare?

Ma non è sull’analisi del nichilismo – che ha molti altri volti e sfumature – che voglio soffermarmi. Piuttosto la frase di Gluksmann è interessante perché afferma la possibilità di un dissenso rispetto a tale nichilismo. Giuseppe Galasso su Il Corriere della Sera ha commentato che per opporsi al nichilismo non basta il dissenso: «Al nulla non si può opporre solo la sua negazione, ma un positivo, alternativo e persuasivo». Ma, a ben guardare, quando uno si oppone al nulla lo fa già in nome di qualcosa di diverso dal nulla stesso. Magari è solo l’intuizione di un bene cui non sa dare nome, magari è soltanto il disagio che sale dal profondo e che impedisce di rassegnarsi. Magari è un piccolo gesto di costruzione positiva in un contesto distruttivo.

Vaclav Havel, il grande «dissidente» cecoslovacco racconta ne Il potere dei senza potere, che il semplice fatto che un venditore di verdura si rifiuti di esporre sopra il prezzo dell’insalata una frase inneggiante al regime totalitario è una speranza per tutti, è un gesto di positivo dissenso dal nichilismo. Così i monaci di cui ha parlato Benedetto XVI a Parigi: semplicemente stanziandosi in un posto mentre tutti vagabondavano senza meta, dissodando terreni che nessuno curava più, stringendo legami amichevoli quando tutto intorno era violenza, si sono opposti al vortice del nulla che distruggeva una civiltà. E ne hanno costruito un’altra.

Ecco, i «dissidenti del nulla» sono quelli che hanno il coraggio di porre fatti positivi. Che diventano segni di speranza per tutti. Nei prossimi giorni cercheremo di raccontare la storia di qualcuno di questi «dissidenti».