Il gelo del risentimento

febbraio 1, 2010 di pigicolognesi

Pigi Colognesi

A volte sei lì che cerchi di capire come ti stanno andando le cose, di cogliere l’elemento inafferrabile che pure accomuna tante situazioni in cui sei implicato, di dare un nome al filo sconosciuto che unisce molti sguardi che incontri. A volte ti capita di sentire una parola che descrive perfettamente quell’elemento comune, quel filo. Così è stato per me quando, nella recente prolusione del cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio permanente della Cei, mi sono scontrato con la parola «risentimento».

Il mio dizionario dice che si tratta di un «atteggiamento di avversione verso qualcuno per un’offesa ricevuta». Ecco, mi sono detto, è proprio così. I discorsi che senti, per strada o attraverso i mezzi di comunicazione, sono spessissimo il lamento di chi, sentendosi offeso, ce l’ha eternamente con qualcuno. Il dibattito politico è ridotto a rinfacciarsi le colpe. Succede qualcosa che non va o ti capita un dolore e subito reagiamo risentiti, come se avessimo subito un torto. Persino nei rapporti più stretti, magari in un incontro di amici, circola il fiato gelido di un rancore a malapena velato, il mugugno di chi in fondo si sente tradito nelle sue aspettative, non si riconosce al suo posto e si domanda astioso di chi sia la colpa.

Il dolore, l’insoddisfazione, la domanda di giustizia – da sempre molle per un impeto di ricerca, di superamento, per uno slancio in avanti – si ripiegano su se stesse e diventano, appunto, risentimento. Ma contro chi? Dio è scomparso dall’orizzonte e non si può più – o non si osa – neanche bestemmiarlo. Non rimane che prendersela con lo stato, il comune, l’autista di fianco al semaforo, il collega oppure addirittura l’amico, la moglie, i figli.

Ben sapendo, in fondo, che la colpa non può essere loro. Qualcuno se la prende con se stesso, immaginandosi di non essere all’altezza (di che?) per colpa sua e ingaggiando una estenuante lotta per migliorare le proprie performance. Lotta dallo scontato esito fallimentare; sorgente di nuovo risentimento.

Il conte Ugolino, il protagonista del fondo dell’inferno dantesco, è inchiodato per l’eternità al proprio risentimento. Il suo nemico in vita, il vescovo Ruggieri, l’ha condannato a morire di fame con due figli e due nipoti in una lugubre torre e lui gli divorerà per sempre la nuca. Dante, contrariamente all’immaginario popolare più frequente, ha raccontato che l’estrema profondità della buca infernale non è un fuoco che brucia; è un lago di ghiaccio dove ogni barlume d’umanità è impietrato dal gelo. È la zona dei traditori, ma di Ugolino Dante non racconta il peccato, bensì la tragica morte e l’ancora più tragica vendetta. Ugolino sa a chi dare la colpa, può vendicarsi. Ma non ne ha nessuna soddisfazione; il suo rancore risentito non trova sollievo. Esattamente come le lacrime dei dannati che lo circondano: invece di consolare nello sfogo del pianto si congelano sopra e dentro gli occhi come un vetro tagliente. Egli – e noi nel nostro risentimento – è proprio come descriveva il Curato d’Ars: «Coloro che serbano rancore sono infelici: hanno l’espressione preoccupata ed uno sguardo che sembra divorare ogni cosa attorno a sé».

Cosa fa Dante? Si lascia decisamente il risentimento alle spalle: «Noi passammo oltre». Sa bene che è inutile soffermarvisi, che è «cortesia» non strappare dagli occhi quelle inutili lacrime congelate. Bisogna andare avanti per raggiungere la stretta via che conduce al Purgatorio.

Cristiani nei lager

gennaio 25, 2010 di pigicolognesi

Pigi Colognesi

Si conclude oggi la speciale settimana di preghiera che da decenni raccoglie il mondo cristiano intorno all’obiettivo di ricomporre la propria unità; quell’unità che Cristo stesso ha chiesto – «Che siano una cosa sola» – e indicato come segno di autenticità di fronte a tutti – «Perché il mondo creda» -. 

Una unità che, invece, nella storia ha subito numerose lacerazioni. A partire dalle divisioni successive al concilio di Calcedonia (451) che ha dato origine alle chiese copte dell’Oriente, fino alla Riforma protestante (con tutte le successive scissioni interne), passando per la separazione da Roma di gran parte dei cristiani dell’Europa orientale, gli ortodossi, sancita nel 1054. E questo elenco è ampiamente parziale e non riguarda che le lacerazioni più gravi.

Il «movimento ecumenico» – la cui data di nascita gli storici fissano esattamente un secolo fa, nel 1910 – mira a ritrovare l’unità fra i cristiani. Uno dei suoi capisaldi è la consapevolezza che ogni testimonianza subisce un freno, è minacciata nella sua credibilità proprio dalla divisione dei credenti. L’istanza ecumenica è fiorita dopo la seconda guerra mondiale ed ha trovato, per quanto riguarda la Chiesa cattolica, un forte impulso nel Concilio Vaticano II. Dopo il quale ci sono stati anni di autentico entusiasmo, quasi che la meta fosse a portata di mano. 

Nonostante i notevoli passi compiuti, l’unità appare tuttavia ancora lontana. D’altra parte l’ideale ecumenico ha rischiato di confondersi con un generico irenismo e ha in parte perso di vista il suo obiettivo missionario, riducendosi nel circolo interno di infinite discussioni teologiche, canoniche, organizzative.

Il Novecento ha offerto però anche un esempio eccezionale di ecumenismo: quello dei lager. Nel secolo scorso la persecuzione contro la fede cristiana ha toccato livelli che non erano stati raggiunti neppure nell’impero romano e la Russia sovietica ne è un esempio tragicamente imponente.

Travolti dalla macchina della persecuzione, cristiani di diverse confessioni si sono trovati accanto e, proprio lì nei campi di lavoro forzato o nelle galere, hanno riscoperto una unità che nessuna divisione dogmatica o disciplinare poteva intaccare. Per questo sono diventati mirabili testimoni della fede. 

Dallo splendido libro Solovki. Le isole del martirio traggo un esempio semplice e commovente. È il primo maggio 1924 e nel freddissimo arcipelago a nord della Russia, trasformato in lager dai sovietici, si vuole celebrare la festa dei lavoratori. C’è ancora molta neve (siamo a nord del Circolo polare artico) e i caporioni del lager decidono che a spazzare il piazzale dove si sarebbe svolta la cerimonia e a cospargerlo di sabbia sarebbero stati i vescovi reclusi. 

Ol’ga Jafa è prigioniera nel reparto femminile, le cui finestre danno sul piazzale. Ricorda così la scena: «Guardavamo come quei quattordici uomini sfiniti, con la veste talare, si sforzavano di trascinare fin sulla cima del colle un grosso carro carico di sabbia; alcuni lo trascinavano per le stanghe, altri lo spingevano da dietro, i rimanenti lo sostenevano ai lati per tenerlo in carreggiata.

Unendosi nello sforzo, lavoravano insieme un vescovo cattolico ancor giovane, evidentemente molto miope, con occhiali rotondi di corno, e un vecchietto emaciato e scarno con la barba, un vescovo ortodosso, antico di giorni ma forte di spirito che spingeva energicamente il carico.

Guardavo e piangevo. Ciò che vedevo era la rinascita della fede pura e autentica dei primi cristiani, l’unione delle Chiese nella persona di vescovi cattolici ed ortodossi che partecipavano unanimi all’impresa, un’unione nell’amore e nell’umiltà, al di là di concili e dispute dogmatiche».

Pudore addio?

gennaio 18, 2010 di pigicolognesi

Pigi Colognesi 

Le nuove norme sulla sicurezza aeroportuale prevedono l’uso di un marchingegno chiamato body scanner. Si tratta di una macchina che riesce a vedere sotto i vestiti e individua se il passeggero porta nascosti sul corpo liquidi, polveri, detonatori che possa utilizzare per attentati terroristici. L’introduzione di questo strumento ha suscitato polemiche. Nonostante le varie polizie assicurino che il viso del passeggero è coperto, che la risoluzione dell’immagine è bassa, che i dati raccolti restano segreti eccetera, a molti è parso che venir messi elettronicamente a nudo prima di imbarcasi per un viaggio sia la violazione di un elementare diritto, il superamento di un limite, nell’esplorazione della persona, oltre il quale non si dovrebbe andare.

Riemerge, sebbene sotto le mentite spoglie del rispetto della privacy, quello che un tempo si chiamava pudore. È strano, perché siamo in un permanente stato di sovraffollamento di immagini in cui il nudo è più difficile evitarlo che trovarlo. Basta andare in un’edicola o utilizzare Internet per rendersene conto. Lo sanno i genitori minimamente preoccupati della educazione dei loro figli: chiusi in cameretta a fare sulla rete le ricerche per i compiti, gli adolescenti e anche i bambini possono essere letteralmente bombardati da immagini di corpi nudi, anche senza nessuna maliziosa intenzione. Il corpo, poi, nella pubblicità, nell’arte e nello spettacolo è ampiamente esibito, anche quando è del tutto superfluo.

Suona pertanto un po’ retorica e falsa la voce scandalizzata di chi grida alla violazione della privacy quando si parla di sicurezza e nel contempo sostiene che infrangere ogni regola di pudore sia non solo legittimo ma necessario per una presunta libera espressione di sé. Il fatto è che all’aeroporto non c’è di mezzo un’attrice, un fotomodello o uno/a sconosciuto/a che si espone per via telematica. Lì ci sono io. E subito dal mondo virtuale si passa, anche senza rifletterci, a quell’altra dimensione completamente diversa e stringente che è la mia propria persona, fatta anche di un corpo che non si vuole veder trattato senza pudore.

 Pudore è una parola dal suono un po’ antico; il suo senso è stato violentemente messo in discussione da una mentalità per cui ogni reticenza a mostrarsi sarebbe priva di significato, retaggio della sessuofobia delle religioni, cattolica in particolare. Invece il bisogno di pudore documenta che ciascuno di noi ha una intimità che non è disponibile sul mercato degli scambi banali; qualcosa di così profondo e personale che non lo si può mostrare al primo che passa.

Una intimità che accenna a una profondità della persona ancora più misteriosa: quello che sono non è esaurito da quello che puoi vedere, tanto che qualcosa deve rimanere nascosto. Almeno fin tanto che il nostro rapporto non si situi esattamente al livello di quella profondità, nella sfera di quella misteriosità. L’oscena assenza di pudore da cui siamo circondati sembra non ferirci solo perché, apparentemente, non ci riguarda. Ed invece essa violenta la nostra intimità molto più di quanto possano fare le immagini di un body scanner all’aeroporto.

Cosa è successo ai Re Magi?

gennaio 11, 2010 di pigicolognesi

Pigi Colognesi 

«Cos’hai, Gaspare? Ti vedo preoccupato». «Beh sì, sono un po’ pensoso. Sempre, in questo periodo, mi torna alla mente il lungo viaggio che abbiamo fatto tanti anni fa. Quanti saranno? Ormai più di trenta. Ricordi, Melchiorre, che avventura? Siamo partiti solo perché una piccola stella fuoriusciva dai nostri calcoli astronomici; non ce l’aspettavamo e, indagando sul suo possibile significato, abbiamo concluso che si trattava dell’annuncio di una nascita regale. Allora ci siamo incamminati sulla scia di quella stella. Avevamo capito che era un segno, l’annuncio del grande rinnovamento che i nostri antichi saggi avevano sperato e profetizzato. Quando siamo arrivati a Gerusalemme abbiamo consultato i dotti del posto e anche loro ci hanno raccontato di una stupenda profezia. Parlava di un Re. Ci hanno detto che doveva nascere a Betlemme. E noi ci siamo andati per cercarlo».

«Ricordo molto bene quello che abbiamo trovato. Una famiglia povera e un bambino appena nato. Ci sembrò strano. Ma la stella, che per un po’ avevamo perso di vista, era ricomparsa proprio là. Anche se tutte le apparenze dicevano il contrario, era quel bambino il re. E infatti gli abbiamo fatto dei regali. Io gli ho dato oro e tu incenso. E quel bizzarro di Baldassarre, chissà perché, gli ha portato della mirra, una resina che si usa per imbalsamare i morti. A proposito, sai qualcosa di Baldassarre?»

«L’ho visto poco tempo fa. Mi sembrava affranto. Diceva che forse ci siamo ingannati, che la nostra stella era solo un miraggio. Ed effettivamente la promessa di rinnovamento di cui ci siamo sentiti riempire il cuore in quella stalla non sembra che si sia realizzata. Sono sempre stato in contatto con Betlemme e dintorni, ma di quel bambino non ho sentito più niente. Dicono che si sia ritirato in una cittadina della Galilea col padre e la madre e là faccia il falegname. Non mi sembra un gran che come re».

«Ecco perché sei triste. Anche tu dubiti, come Baldassarre. Ma con tutti i vostri sospetti non potete cancellare quello che ci è successo. No, amico mio, non puoi negare che la stella l’abbiamo vista, che si è fermata su quella stalla e che per un istante, guardando quel bambino, sua madre e l’uomo che l’accompagnava, abbiamo capito che la profezia dei nostri antichi lì si compiva. Siamo tornati che non eravamo più quelli di prima e non lo siamo più stati; quel viaggio ci ha cambiati per sempre. Certo, ci aspettavamo che il bambino facesse subito parlare di sé, pensavamo che con un colpo di magia cambiasse tutto e subito. Ma, se ci pensi bene, Gaspare, è solo una pretesa. Cosa possiamo sapere di quello che farà?».

«Capisco, ma non posso accontentarmi del ricordo di un viaggio lontano. Vorrei rivederlo ancora, adesso. E così anche Baldassarre. Ma lui è più deciso di me: ha lasciato tutto èd è andato in Galilea per vedere se per caso riesce a rivederlo. Ormai sono già passate alcune settimane. Ma guarda: è proprio lui che sta entrando nel cortile». «Allora, Baldassarre, l’hai visto?».

«L’ho visto. Si è messo a predicare. Ha già attorno un gruppetto di discepoli che lo seguono ovunque. Hanno la stessa faccia entusiasta che avevamo noi tre nella stalla, la stessa sicurezza. Però si è già fatto molti nemici. Ho paura di non aver sbagliato quando gli ho portato la mirra».

Voglia di qualcosa di nuovo

gennaio 4, 2010 di pigicolognesi

Pigi Colognesi

Anno nuovo vita nuova, si dice. Ma non ci si crede veramente. E come si potrebbe? Dopo l’Epifania, che tutte le feste le porta via, ci si ritroverà di fronte allo spettacolo di giorni che sono identici a quelli che li hanno preceduti. Abbiamo trascorso le feste cercando attimi e cose speciali, diverse da prima: il grande cenone invece del pranzo in piedi al bar; svegliarsi tardi invece che giusto in tempo per prendere auto o mezzi e andare a lavorare; se ne abbiamo avuto la possibilità, abbiamo anche passato qualche giornata sulla neve invece che in città; all’ultimo dell’anno abbiamo tirato tardi, nella trepida attesa che il vecchio 2009, un anno solito, se ne andasse e arrivasse il giovane 2010, salutato allegramente perché nuovo di pacca.

Ma, magari, sono bastati quattro giorni per accorgerci che anche questo «nuovo» anno non è poi così differente dal precedente. Il fatto è che abbiamo sperato che la novità, il re-inizio potesse dipendere meccanicamente da qualcosa di esterno, come se il passaggio cronologico da un certo istante ad un altro, che determina un convenzionale cambiamento di nome, fosse sufficiente a cambiare la realtà. Ma ci siamo accorti che l’inesorabile scorrere del tempo non sembra preoccuparsi delle nostre misure e dei differenti nomi che noi diamo ai suoi spezzoni. Eppure, non è vero che sia tutto uguale a prima, che il tempo di oggi è come quello di ieri, che il 2010 è come il 2009. Il passato non ritorna mai uguale in tutto e per tutto: ho un anno in più, conosco e conoscerò persone e avvenimenti che ieri non mi appartenevano, faccio una bella scoperta oppure mi ritrovo con un inedito acciacco.

Ma allora, perché tutta questa reale novità non è sufficiente a darmi la lieta certezza che stia cominciando qualcosa di veramente nuovo, che si stia verificando per me un re-inizio? Perché il nuovo non è il diverso, ma il vero. Il semplicemente diverso lo si consuma e alla fine – più o meno in fretta – lo si butta nel calderone del già saputo, dell’ovvio. Esaurita la spinta della novità esteriore, rimane vecchio col suo carico di attese disilluse. Il vero, invece, è sempre nuovo, perché è ciò di cui ho bisogno; ed è sempre bello, anche se l’ho visto un milione di volte, perché è ciò che cerco.

Qualcuno ha detto che il paradiso sarà una perenne sete sempre perennemente soddisfatta. Non ci sarà mai la noia del già saputo e niente potrà essere consumato dalla vecchiaia. Ma già ora posso sperimentare la fresca novità del vero. Quegli amici di sempre che ti sorprendono con una frase particolarmente azzeccata; quei libri che hai già letto e che, riprendendoli in mano, ti sembra di accostare per la prima volta; quelle preghiere che hai recitato assonnato e incosciente decine di mattine e che quel giorno ti lasciano a bocca aperta perché sembrano scritte proprio per te; quella musica canticchiata a memoria di cui senti per la prima volta una melodia o un passaggio.

La grandezza, diceva Albert Camus, arriva come un bel giorno; un giorno che sembrava uguale a tutti gli altri. Non dipende da noi. A noi tocca non essere distratti nella rincorsa affannosa di un diverso che ha solo la faccia esteriore del nuovo. A noi tocca avere gli occhi sufficientemente aperti per accorgersene.

Vita e arte di William Congdon. Sotto forma di romanzo epistolare

dicembre 29, 2009 di pigicolognesi

di Pippo Cantù

Non è semplice presentare in modo divulgativo ma non banale la vita e l’opera di un artista. E la difficoltà aumenta quando si tratta di un artista contemporaneo. Magari abbondano gli studi scientifici e i cataloghi a lui dedicati. Ma il lettore medio finisce per scontrarsi con un linguaggio iper tecnico – a volte usato con compiacimento dai critici e senza reale necessità – che disamora alla lettura; e anche si scontra con il notevole impatto economico che l’acquisto di simili tomi comporta.

Nel suo William Congdon. L’avventura dello sguardo (Edizioni San Paolo, 16 euro), Pigi Colognesi sceglie un’altra strada. Lo scopo è chiaro: far conoscere al più largo pubblico possibile il percorso umano ed artistico del pittore americano (1912-1998), che ha attraversato da protagonista la storia dell’arte della seconda metà del Novecento. Ma la modalità letteraria scelta non è quella del saggio di critica d’arte, né quella della biografia classica. Colognesi, infatti, ha impostato il suo libro come un «romanzo epistolare». L’autore prende spunto da un episodio realmente accaduto durante la decennale amicizia che lo ha legato al pittore.

Congdon gli stava mostrando le sue ultime produzioni – i suoi «figli» come li chiamava – e Colognesi gli ha chiesto, senza pensarci troppo, di «spiegargli» un certo dipinto. Congdon si è arrabbiato, ricordando che l’arte non è una cosa che si spiega, ma che si guarda, da cui ci si lascia interrogare. Colognesi immagina quindi che il pittore, in parte pentito della sua irritata reazione, decida di iniziare con lui uno scambio di lettere nel quale cercherà di raccontargli come si sia scoperto artista, come abbia imparato i primi rudimenti di quello strano «mestiere», come abbia esercitato il suo occhio ad uno sguardo non superficiale, come abbia affrontato la diuturna lotta per carpire alla realtà il suo segreto di bellezza da trasferire sul pannello in forma di immagine.

Il «romanzo» si snoda, quindi, in trentaquattro lettere, attraverso le quali Congdon ripercorre tutta la sua esistenza; esistenza personale e di artista, ammesso che una tale distinzione sia possibile in un pittore per il quale l’arte ha sempre implicato un radiale coinvolgimento esistenziale.

Il lettore viene così trasportato in una ricca casa del Rhode Island, dove il giovane Congdon, educato ai principi puritani e borghesi, sembra avviato ad una carriere economicamente redditizia per l’economia familiare. Ma sorprendentemente il giovane ribelle si iscrive alla facoltà di Letteratura dell’Università di Yale. Qui un incontro fortuito gli dischiude il mondo dell’arte e lo avvia verso la scultura. Ma incombe la Seconda Guerra Mondiale; Congdon non vuole servire come soldato e si arruola come driver di ambulanze. In questa veste partecipa alle sanguinose battaglie di El Alamein e di Montecassino, fino a imbattersi nell’atroce scoperta dei condannati a morte del campo di concentramento di Bergen Belsen. È lo shock della morte che fa scattare la sua vena artistica. Tornato in patria, si trasferisce a New York dove partecipa da protagonista, e non di secondo piano, alla straordinaria avventura dell’action painting. Nelle prestigiose gallerie di Peggy Guggenheim e Betty Parsons, Congdon espone assieme a pittori poi diventati celeberrimi: Pollock, Rothko, Still e tanti altri.

Per lui, come per i suoi colleghi che avranno in gran parte un destino tragico, l’arte ha soprattutto un significato salvifico: si tratta di trovare qualcosa di solido cui aggrapparsi in un contesto umano in cui si vede naufragare una civiltà. E il bisogno di salvezza è tanto più urgente per chi, come Congdon, ha da tempo abbandonato ogni credenza religiosa. Il pittore americano inizia così la prima delle sue grandi peregrinazioni: Africa, Messico, Italia, Francia, Turchia, Grecia, Guatemala, Cambogia, India. Una febbrile rincorsa all’immagine salvifica (significativamente soggetto frequente della sua produzione di questi tempi sono i grandi edifici sacri delle più diverse civiltà). Ma su tutti i luoghi uno si impone con forza straordinaria: Venezia. Qui Congdon alla fine decide di trasferirsi, cercando in una serie sterminata si dipinti di cogliere il segreto della città lagunare che tanto gli ricorda, per la sua collocazione sul mare, la sua New York, con l’aggiunta di una storia millenaria.

Ma la peregrinazione continua, e i successi di critica e di pubblico non possono acquietare l’ansia di significato; ogni immagine carpita nei viaggi mostra la sua incapacità a mantenere la promessa di salvezza che pure aveva generato. Congdon si trova sull’orlo della disperazione. A questo punto, nell’estate del 1959, avviene il fatto decisivo della su esistenza: ad Assisi racconta tutta la sua disperazione a don Giovanni Rossi, il fondatore della Pro Civitate Christiana, da lui conosciuto qualche anno prima. Sorprendentemente don Giovanni gli dice che proprio ora, quando l’alternativa è tra la fede e il suicidio, Congdon è pronto per ricevere il battesimo. Il pittore accetta e abbraccia la fede cattolica, pur essendo sprovvisto anche delle più elementari cognizioni a riguardo. Inizia così una fase, anche pittorica, del tutto nuova. Da principio sembra a Congdon che il modo migliore di essere artista «cristiano» sia quello di abbandonare i vecchi soggetti – città, monumenti, natura – per dedicarsi a opere di contenuto sacro. Ma è una scorciatoia che mostra subito il fiato corto, anche perché non corrisponde all’esigenza di «realismo» che da sempre caratterizza la sua arte. Per di più negli Stati Uniti l’action painting è un po’ passata di moda e critici e galleristi considerano Congdon un pittore ormai sorpassato e sostanzialmente finito. Decisivo in questo difficile momento è un altro incontro «fortuito»: attraverso un operatore della Pro Civitate, Paolo Mangini, Congdon viene in contatto con l’esperienza di Comunione e Liberazione. Nasce una profonda stima tra Congdon e don Giussani fino al punto da far decidere al pittore di trasferirsi a Milano e di dedicare la propria vita alla forma di consacrazione laicale propria di CL, i Memores Domini. Per un temperamento solitario come quello di Congdon non è una scelta facile, ma ad essa – come a quella per la fede cattolica – non verrà mai meno nonostante tutte le difficoltà. Difficoltà personali di ritrovare la genuinità della propria arte, difficoltà sociali dovute al sostanziale ostracismo del mondo artistico ufficiale (dalla fine degli anni Sessanta Congdon non fa più nessuna mostra).

Come già decenni prima, Congdon risponde a queste difficoltà mettendosi a viaggiare: è quella che i critici chiamano «seconda migrazione» e che copre tutti gli anni Settanta, producendo una gran quantità di dipinti (Congdon è sempre stato molto prolifico) di vari paesi, cui fa da controcanto la straordinaria serie dei «crocefissi» (ne ha dipinti oltre 180!).

Ma ogni viaggio ha la sua fine. Per Congdon è stato il trasferimento, nel 1979, a Gudo Gambaredo, nella Bassa milanese, in uno studio annesso a un monastero benedettino e vicino alla casa dei Memores Domini, frequentata anche da don Giussani. Congdon ha ormai quasi settant’anni, ma la sua vena artistica non è affatto esaurita. Anzi, proprio in questo ultimo periodo esce dalla sua spatola una pittura del tutto nuova, un alter still, stile della vecchiaia, che solo ai massimi pittori era stato concesso. Di fronte all’apparente nudità dei campi della Bassa, al trascorrere sempre uguale delle stagioni, alle terribili nebbie che sembrano cancellare tutto, l’arte di Congdon si riaccende, così come si riaprono le possibilità espositive e il riconoscimento dei critici. La nuova stagione artistica di Congdon dura fino all’ultimo. Anche quando l’artrite gli impedirà di compiere l’ampio gesto tipico dell’action painter, Congdon inventerà la forma del piccolo pastello. L’ultima opera di Congdon, il suo ultimo figlio, Tre alberi, nasce pochi giorni prima della sua morte.

Nel libro di Colognesi ciò che qui si è riassunto, in modo assolutamente insufficiente, viene ampiamente narrato come se fosse detto direttamente dall’artista. La lettura ha quindi la freschezza che il saggio difficilmente avrebbe potuto avere. E permette una reale immedesimazione nella avventura dello sguardo che è stata la vita di William Congdon.

(Lineatempoonline)

Il privilegio dei Santi Innocenti

dicembre 28, 2009 di pigicolognesi

Pigi Colognesi 

Oggi è il giorno dei Santi Innocenti. Questa festa è collegata col Natale, ma colpisce per il suo contenuto cruento: la liturgia non lasci adagiare la nostra attenzione sul cuscino di un buonismo dolciastro, di un infantilismo retorico (quanti richiami al ritornare un po’ bambini, a rivestirci di purezza infantile sono comparsi sui media in questi giorni!).

La vicenda celebrata è crudele. Il re Erode, allarmato per quanto ha sentito dai Magi, si informa su dove sarebbe dovuto nascere questo nuovo pretendente al trono che egli intendeva difendere ad ogni costo, come del resto aveva già fatto uccidendo alcuni figli troppo intraprendenti. Ingannato dal Magi che se la svignano senza dirgli più nulla, decide di sradicare la minaccia alla radice: fa uccidere tutti i bambini al di sotto dei due anni nati nei dintorni di Betlemme. Sono loro i Santi Innocenti.

La ricerca storica parla oggi di alcune decine di vittime, ma l’antichissima tradizione liturgica ne evoca un numero molto più alto, fino a farli coincidere con centoquarantaquattromila di cui parla il quattordicesimo capitolo dell’Apocalisse di san Giovanni.

Proprio da questa identificazione prende spunto Charles Péguy nella parte finale del suo mistero dedicato proprio ai Santi Innocenti. Sono loro gli unici, in tutto il paradiso celeste, che «seguono l’Agnello ovunque egli vada» e che possono «cantare un canto nuovo» che nessun altro, fosse pure stato un grandissimo santo, può comprendere.

Da dove viene questo inaudito privilegio? Il fatto è, spiega Péguy, che quei bambini sono stati bambini e basta, cioè sono rimasti come la mano creatrice plasma originariamente ogni uomo. E se la moralità, la santità, consiste proprio nella tensione a questa originalità, essi sono i più grandi tra i santi.

Dice Péguy: «Ognuno di noi è strappato alla terra troppo tardi, quando già la terra ha fatto presa. / Ognuno di noi è strappato alla terra quando è già terroso. / Quando la sua memoria è terrosa e la sua anima è terrosa. / Quando la terra s’è incollata a lui ed ha lasciato su di lui un marchio incancellabile». Quei bambini no, non hanno «questa piega e questo sapore d’ingratitudine. / Di un’amarezza. / Terrosa».

Ma questo a noi sembra un’ingiustizia. E infatti il poeta francese mette sulla bocca di Dio stesso le sette ragioni che giustificano un simile privilegio, un comportamento così scandaloso. Le prime tre sprofondano nell’insondabile mistero della libertà divina: «Perché li amo. Perché mi piacciono. Perché così mi piace». E questo, aggiunge Péguy, «può bastare».

Ma, venendo in soccorso al nostro desiderio di capire, aggiunge le altre. Perché non conoscono l’amarezza. Perché «per una specie di equivalenza / questi innocenti hanno pagato per mio figlio […] / Essi furono presi per lui. Furono massacrati per lui. Invece di lui. Al suo posto». La sesta ragione è che «erano coetanei di mio figlio» ed è «una grande fortuna o una grande sfortuna per ogni uomo. / Nascere o non nascere a un dato momento del tempo». Da ultimo essi «erano simili a mio figlio. / E lui era simile a loro». Cioè anche lui era bambino. Quello di Natale.

Ma lui sarebbe cresciuto e avrebbe conosciuto, come tutti noi, «l’ingratitudine umana» e avrebbe avuto «agli angoli delle labbra la piaga dell’amarezza e dell’ingratitudine […] la piega del pianto e dell’averne vedute troppe».

Quest’ultima considerazione ci riappacifica: la salvezza non è solo per chi non ha assaggiato le tristezze della vita, ma anche per noi con tutte le nostre amarezze e pieghe di pianto. Anche per noi è preparato il cielo insieme a quei bambini privilegiati, che giocano con le loro palme di martiri e corone di fiori. «E la palma sempre verde serve loro, a quanto pare, di bacchetta».

I due orfani e il perdono materno

dicembre 21, 2009 di pigicolognesi

Pigi Colognesi

Alcuni fatti successi negli ultimi giorni mi inducono a tornare sul tema di lunedì scorso. Prendendo spunto da un discorso di Benedetto XVI, dicevo che bisogna avere il coraggio di «stracciare» le parole, udite e dette, che inquinano e intossicano le nostre giornate.

L’aggressione a Berlusconi e gli infiniti commenti che ne sono seguiti hanno messo in risalto che nella nostra convivenza civile c’è proprio questo grave pericolo: usare le parole come armi. C’è un modo di discutere che parte dalla convinzione, più o meno cosciente, che l’interlocutore sia un nemico da distruggere; anzitutto con l’uso sconsiderato degli epiteti, degli aggettivi, delle insinuazioni.

Da cattedre, pulpiti, scranni e pagine di giornale si è perciò levata la pressante richiesta di «abbassare i toni». Niente di più ragionevole e necessario. Ma come? Qui si inserisce un piccolo episodio privato, capitatomi qualche giorno fa. Devo prendere il filobus numero 91, che percorre la circonvallazione di Milano. Il traffico prenatalizio rende difficile la circolazione e il mezzo pubblico arriva, già pieno, in sensibile ritardo.

Saliamo. Siamo molto stretti. A un certo punto l’autista, con un tono un po’ infastidito, invita noi che siamo appena saliti ad andare un po’ più avanti. Subito un mio vicino risponde piccato che non è possibile, è tutto pieno, mandino più autobus, è una vergogna. Nasce un battibecco tra passeggero e autista, con contorno di parolacce e insulti. Fortunatamente la discussione non degenera; qualcuno dal fondo dice di smetterla e si va avanti. Un signore accanto a me commenta: «È la crisi; ci ritroviamo tutti più tesi». E la signora che stava con lui: «Siamo sull’orlo della guerra civile». Proprio così ha detto: guerra civile. L’altro annuiva.

Fatta la tara della tensione del momento, dell’agitazione per cui le parole ti escono di bocca senza – appunto – troppo pensarci, resta il fatto che la percezione suscitata dal piccolo scontro in filobus ha fatto pensare addirittura alla guerra civile. Significa che un certo clima di violenza, cui le parole danno la miccia per esplosioni incontrollate, è l’aria che si respira. Significa che uno ha paura, perché già considera quelli che popolano la sua stessa civis, la stessa città, come potenziali nemici, schierati in campi avversi, pronti a darsi battaglia, passando dalle parole ai fatti.

Qui non è più questione solo di abbassare i toni; siamo di fronte a un clima di convivenza così deteriorato che un battibecco in filobus ti fa pensare alla guerra civile. E l’origine di questo clima è la paura. Rintanarsi nel proprio guscio individualistico non la elimina. Di fronte alla paura sei impotente; e anche abbassare i toni non riesce ad illuminare la zona buia dove sorgono e ingrossano i suoi fantasmi. Ci vuole ben altro.

 Ne I due orfani Giovanni Pascoli narra di due fratellini a letto in una notte di temporale che si scambiano domande affannate sui pericoli da cui si sentono minacciati. Cercano di rassicurarsi vicendevolmente, ma due impotenze non fanno una forza. Certo, ora che la madre è morta e loro sono soli, cercano di litigare di meno. Ma sanno bene che ciò non basta a togliere la paura, che potrà facilmente degenerare in violenza.

Prima, invece, ogni dissapore era ricomposto dal perdono materno. Di questo hanno bisogno: di qualcuno che, come dicono le ultime parole della poesia, «ci perdoni». È qui la forza che libera dalla paura e consente di non essere violenti. Chi lo spiegherà ai due signori del filobus?

Stracciamo le parole che inquinano

dicembre 14, 2009 di pigicolognesi

Pigi Colognesi

«Ogni giorno, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono».

 Sono parole pronunciate da Benedetto XVI in occasione della festa dell’Immacolata. Comprensibilmente i responsabili dei media si sono sentiti chiamati in causa e hanno fatto le loro osservazioni. Chi in tono molto pessimistico, come Aldo Grasso sul Corriere: «È vero. Da tutti i media straripa quotidianamente una vampata immonda: il male come osceno lievito dell’ascolto, l’impostura come spettacolo». Chi dichiarandosi d’accordo col Papa, ma vigliaccamente sostenendo di non poter fare altrimenti. Chi dicendo che sì, il problema esiste, ci penseremo su. Tutti, temo, continuando a comportarsi come prima.

Ma l’allarme del Pontefice riguarda anche il nostro stesso parlare, la nostra quotidiana comunicazione vicendevole. È lì che, quando prevalgono il lamento, la recriminazione, il sospetto ombroso e la critica astiosa, avviene «l’inquinamento dello spirito», quello «che rende i nostri volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non guardarci in faccia». È questa cupezza deprimente che descrive molte nostre giornate. E tante delle parole che sentiamo e diciamo non fanno altro che aggravarla. Meglio sarebbe non ascoltare e stare zitti.

Ma noi non possiamo stare in un silenzio vuoto: la coscienza è sempre desta. Occorre, ha detto il Papa, che una parola radicalmente diversa faccia tacere quelle, nostre e altrui, che inquinano e intossicano. L’ha scritto in modo insuperabile Clemente Rebora: «La Parola zittì le chiacchiere mie». Con questo verso folgorante il poeta-sacerdote descrive la sua conversione, avvenuta quando aveva già più di quarant’anni, nella splendida poesia autobiografica Curriculum vitae.

Anche per lui c’era stata l’esperienza dell’inquinamento provocato dalle parole del male: «Uno, a scuola / con turpe parola / mi scivolò in disparte / un’immagine oscena: / all’anima fu una rasoiata orrenda! / anche oggi, se ripenso, e n’ho settanta». Inquinamento aggravato da un sapere che non sazia la fame del cuore, anche se si può utilizzare per convincere una platea: «Quasi maestro agli altri mi porgevo; / ma qualcosa era dentro me severo: / Ferma il mio dire, se non dico il vero».

 Ed è il vero che si fa incontro alla vita di Rebora con segni banali, come una piccola cappellina mariana trovata durante una gita in montagna: «Rivolto a un tratto, come se chiamato, / sentii su me lo sguardo di Maria / orante figurata in una nicchia: /un intrico di rami mi costrinse / a farmi piccolino, per vederla: / ogni cosa si tacque, e fu preghiera; / mi ritrovai inginocchiato in pace».

Così in pace che il poeta trova il coraggio di buttare tutte le carte su cui aveva scritto e letto parole vane, parole inquinanti: «E venne il giorno, che in divin furore / la verità di Cristo mi costrinse / a giustiziar e libri e scritti e carte: / oh sì che quello fu un gran bel stracciare!». Abbiamo tutti molto da stracciare.

La dittatura digitale e lo stupore

dicembre 7, 2009 di pigicolognesi

Pigi Colognesi

Frank Schirrmacher, il direttore dell’importante quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha da poco pubblicato un saggio molto allarmato sulla possibilità che si attui presto una «dittatura digitale». Il fatto è, spiega in una recente intervista a La Repubblica, che software complessi e giganteschi motori di ricerca stanno trasformando noi uomini in pure «formule matematiche». Con gravi pericoli: lo strumento tecnologico che «adesso aiuta a scegliere un buon ristorante o a fare acquisti», domani potrà giudicare «quali esseri umani sono buoni e quali cattivi o pericolosi o inutili».
La prova? Sofisticati software, incrociando milioni di dati, «suggeriscono ai dirigenti aziendali di promuovere questo e di licenziare quest’altro che fra cinque anni sarà buono a nulla».
Se poi ordini un libro on line, dopo pochi secondi la macchina sa quali sono i tuoi gusti e ti arriva, via posta elettronica, il suggerimento per un ulteriore acquisto. Affidiamo alla rete, anche inconsapevolmente, molte informazioni su di noi e pensiamo che si disperdano in essa, invece potenti strumenti informatici le sanno ripescare e utilizzare per precisi scopi.
Pesanti sono anche le ricadute sul mondo dell’informazione: i giornalisti, dice il direttore del quotidiano tedesco, scrivono in modo tale che l’algoritmo dei motori di ricerca capti e rilanci il proprio articolo. «Scriviamo per le macchine e non più per i lettori», conclude. Inquietanti le possibili intromissioni nella sfera più intima, come dimostra il successo dei siti che calcolano le caratteristiche della propria anima gemella; per non parlare della sfera politica. Insomma, dice Schirrmacher, «Il dominio del calcolo matematico sugli individui e sulla mente umana si estende in ogni campo, e ciò è molto pericoloso».
Non so se questa diagnosi sia del tutto realistica oppure pecchi di eccessivo catastrofismo. È comunque interessante osservare che proprio un certo concetto di ragione, quello per cui l’unica conoscenza attendibile è quella capace di ridurre ogni aspetto del reale a formula matematica, sta producendo una conoscenza che è sì sterminata, ma che assume anche contorni minacciosi.

Quale terapia suggerisce Schirrmacher? Tornare a «vivere nella dimensione dell’imprevedibilità, momento costitutivo dell’essere umano».
Dunque la via d’uscita è l’imprevedibile, l’imprevisto. Lo affermava già Eugenio Montale nella sua poesia Prima del viaggio: «Un imprevisto/ è la sola speranza».
Ma cos’è l’imprevisto? Se è solo quello che non siamo ancora riusciti a inscatolare nella nostra ragione razionalisticamente matematica, non si può sperare in esso; in poco tempo anche quell’imprevisto diventerà ovvio, scontato, calcolato. Per una ragione aperta, invece, l’imprevisto è la profondità del normale.
Una pagina che ho letto molte volte può sorprendermi di nuovo, un viso da tanto conosciuto può rivelare una sfumatura inattesa, un oggetto quotidiano può essere guardato stupendosi del suo stesso esserci. Ecco la parola: stupore.
San Gregorio di Nissa ha scritto: «I concetti (cioè quello che sappiamo già con la nostra ragione calcolante) creano gli idoli (e l’idolo divora sempre il suo costruttore). Solo lo stupore conosce».
È la ragione bambina, capace di stupirsi, che coglie l’imprevedibile anche nella cosa più usuale, nel rapporto più abitudinario. Solo nello stupore ogni brandello di realtà diventa perciò un avvenimento, cioè proprio l’irrompere dell’imprevisto. Una civiltà in cui si pretenda di conoscere senza stupore è sulla soglia dell’ignoranza più radicale. Ma il pericolo non viene dai mezzi di cui essa dispone, bensì dalla concezione di ragione.