di Pippo Cantù
Non è semplice presentare in modo divulgativo ma non banale la vita e l’opera di un artista. E la difficoltà aumenta quando si tratta di un artista contemporaneo. Magari abbondano gli studi scientifici e i cataloghi a lui dedicati. Ma il lettore medio finisce per scontrarsi con un linguaggio iper tecnico – a volte usato con compiacimento dai critici e senza reale necessità – che disamora alla lettura; e anche si scontra con il notevole impatto economico che l’acquisto di simili tomi comporta.
Nel suo William Congdon. L’avventura dello sguardo (Edizioni San Paolo, 16 euro), Pigi Colognesi sceglie un’altra strada. Lo scopo è chiaro: far conoscere al più largo pubblico possibile il percorso umano ed artistico del pittore americano (1912-1998), che ha attraversato da protagonista la storia dell’arte della seconda metà del Novecento. Ma la modalità letteraria scelta non è quella del saggio di critica d’arte, né quella della biografia classica. Colognesi, infatti, ha impostato il suo libro come un «romanzo epistolare». L’autore prende spunto da un episodio realmente accaduto durante la decennale amicizia che lo ha legato al pittore.
Congdon gli stava mostrando le sue ultime produzioni – i suoi «figli» come li chiamava – e Colognesi gli ha chiesto, senza pensarci troppo, di «spiegargli» un certo dipinto. Congdon si è arrabbiato, ricordando che l’arte non è una cosa che si spiega, ma che si guarda, da cui ci si lascia interrogare. Colognesi immagina quindi che il pittore, in parte pentito della sua irritata reazione, decida di iniziare con lui uno scambio di lettere nel quale cercherà di raccontargli come si sia scoperto artista, come abbia imparato i primi rudimenti di quello strano «mestiere», come abbia esercitato il suo occhio ad uno sguardo non superficiale, come abbia affrontato la diuturna lotta per carpire alla realtà il suo segreto di bellezza da trasferire sul pannello in forma di immagine.
Il «romanzo» si snoda, quindi, in trentaquattro lettere, attraverso le quali Congdon ripercorre tutta la sua esistenza; esistenza personale e di artista, ammesso che una tale distinzione sia possibile in un pittore per il quale l’arte ha sempre implicato un radiale coinvolgimento esistenziale.
Il lettore viene così trasportato in una ricca casa del Rhode Island, dove il giovane Congdon, educato ai principi puritani e borghesi, sembra avviato ad una carriere economicamente redditizia per l’economia familiare. Ma sorprendentemente il giovane ribelle si iscrive alla facoltà di Letteratura dell’Università di Yale. Qui un incontro fortuito gli dischiude il mondo dell’arte e lo avvia verso la scultura. Ma incombe la Seconda Guerra Mondiale; Congdon non vuole servire come soldato e si arruola come driver di ambulanze. In questa veste partecipa alle sanguinose battaglie di El Alamein e di Montecassino, fino a imbattersi nell’atroce scoperta dei condannati a morte del campo di concentramento di Bergen Belsen. È lo shock della morte che fa scattare la sua vena artistica. Tornato in patria, si trasferisce a New York dove partecipa da protagonista, e non di secondo piano, alla straordinaria avventura dell’action painting. Nelle prestigiose gallerie di Peggy Guggenheim e Betty Parsons, Congdon espone assieme a pittori poi diventati celeberrimi: Pollock, Rothko, Still e tanti altri.
Per lui, come per i suoi colleghi che avranno in gran parte un destino tragico, l’arte ha soprattutto un significato salvifico: si tratta di trovare qualcosa di solido cui aggrapparsi in un contesto umano in cui si vede naufragare una civiltà. E il bisogno di salvezza è tanto più urgente per chi, come Congdon, ha da tempo abbandonato ogni credenza religiosa. Il pittore americano inizia così la prima delle sue grandi peregrinazioni: Africa, Messico, Italia, Francia, Turchia, Grecia, Guatemala, Cambogia, India. Una febbrile rincorsa all’immagine salvifica (significativamente soggetto frequente della sua produzione di questi tempi sono i grandi edifici sacri delle più diverse civiltà). Ma su tutti i luoghi uno si impone con forza straordinaria: Venezia. Qui Congdon alla fine decide di trasferirsi, cercando in una serie sterminata si dipinti di cogliere il segreto della città lagunare che tanto gli ricorda, per la sua collocazione sul mare, la sua New York, con l’aggiunta di una storia millenaria.
Ma la peregrinazione continua, e i successi di critica e di pubblico non possono acquietare l’ansia di significato; ogni immagine carpita nei viaggi mostra la sua incapacità a mantenere la promessa di salvezza che pure aveva generato. Congdon si trova sull’orlo della disperazione. A questo punto, nell’estate del 1959, avviene il fatto decisivo della su esistenza: ad Assisi racconta tutta la sua disperazione a don Giovanni Rossi, il fondatore della Pro Civitate Christiana, da lui conosciuto qualche anno prima. Sorprendentemente don Giovanni gli dice che proprio ora, quando l’alternativa è tra la fede e il suicidio, Congdon è pronto per ricevere il battesimo. Il pittore accetta e abbraccia la fede cattolica, pur essendo sprovvisto anche delle più elementari cognizioni a riguardo. Inizia così una fase, anche pittorica, del tutto nuova. Da principio sembra a Congdon che il modo migliore di essere artista «cristiano» sia quello di abbandonare i vecchi soggetti – città, monumenti, natura – per dedicarsi a opere di contenuto sacro. Ma è una scorciatoia che mostra subito il fiato corto, anche perché non corrisponde all’esigenza di «realismo» che da sempre caratterizza la sua arte. Per di più negli Stati Uniti l’action painting è un po’ passata di moda e critici e galleristi considerano Congdon un pittore ormai sorpassato e sostanzialmente finito. Decisivo in questo difficile momento è un altro incontro «fortuito»: attraverso un operatore della Pro Civitate, Paolo Mangini, Congdon viene in contatto con l’esperienza di Comunione e Liberazione. Nasce una profonda stima tra Congdon e don Giussani fino al punto da far decidere al pittore di trasferirsi a Milano e di dedicare la propria vita alla forma di consacrazione laicale propria di CL, i Memores Domini. Per un temperamento solitario come quello di Congdon non è una scelta facile, ma ad essa – come a quella per la fede cattolica – non verrà mai meno nonostante tutte le difficoltà. Difficoltà personali di ritrovare la genuinità della propria arte, difficoltà sociali dovute al sostanziale ostracismo del mondo artistico ufficiale (dalla fine degli anni Sessanta Congdon non fa più nessuna mostra).
Come già decenni prima, Congdon risponde a queste difficoltà mettendosi a viaggiare: è quella che i critici chiamano «seconda migrazione» e che copre tutti gli anni Settanta, producendo una gran quantità di dipinti (Congdon è sempre stato molto prolifico) di vari paesi, cui fa da controcanto la straordinaria serie dei «crocefissi» (ne ha dipinti oltre 180!).
Ma ogni viaggio ha la sua fine. Per Congdon è stato il trasferimento, nel 1979, a Gudo Gambaredo, nella Bassa milanese, in uno studio annesso a un monastero benedettino e vicino alla casa dei Memores Domini, frequentata anche da don Giussani. Congdon ha ormai quasi settant’anni, ma la sua vena artistica non è affatto esaurita. Anzi, proprio in questo ultimo periodo esce dalla sua spatola una pittura del tutto nuova, un alter still, stile della vecchiaia, che solo ai massimi pittori era stato concesso. Di fronte all’apparente nudità dei campi della Bassa, al trascorrere sempre uguale delle stagioni, alle terribili nebbie che sembrano cancellare tutto, l’arte di Congdon si riaccende, così come si riaprono le possibilità espositive e il riconoscimento dei critici. La nuova stagione artistica di Congdon dura fino all’ultimo. Anche quando l’artrite gli impedirà di compiere l’ampio gesto tipico dell’action painter, Congdon inventerà la forma del piccolo pastello. L’ultima opera di Congdon, il suo ultimo figlio, Tre alberi, nasce pochi giorni prima della sua morte.
Nel libro di Colognesi ciò che qui si è riassunto, in modo assolutamente insufficiente, viene ampiamente narrato come se fosse detto direttamente dall’artista. La lettura ha quindi la freschezza che il saggio difficilmente avrebbe potuto avere. E permette una reale immedesimazione nella avventura dello sguardo che è stata la vita di William Congdon.
(Lineatempoonline)