LETTERATURA/ Ol’ga Sedakova: la poesia in difesa della ragione

Novembre 12, 2009 di pigicolognesi

Strano che sia un poeta a difendere la ragione. Eppure Ol’ga Sedakova, una delle più alte voci poetiche della Russia contemporanea, intitola la sua raccolta di saggi proprio Apologia della ragione (La casa di Matriona, 2009). Strano perché immediatamente verrebbe da pensare che la poesia dovrebbe difendersi dalla ragione. E così molti hanno pensato nei decenni passati: lasciando alla ragione – intesa come misura scientifica delle cose – lo spazio della conoscenza autentica, hanno rivendicato per la poesia i territori del cuore – inteso come puro sentimento – cioè le intuizioni, le fantasie, i palpiti e i sogni; l’irrazionale, appunto.

Ma Ol’ga Sedakova, sulle orme del suo venerato maestro, Sergej Averincev cui è dedicato il terzo dei saggi contenuti nel volume, proprio in quanto poetessa, non accetta la gabbia di queste simmetriche riduzioni. La ragione non è quella puramente euclidea che misura e seziona i particolari disinteressandosi del tutto, che si rassegna ad accontentarsi dei “come” impedendosi di indagare sui “perché”. D’altro canto il cuore non è affatto il luogo dei sentimenti e delle pulsioni irrazionali, ma esattamente – come insegna la lingua russa – il centro della persona, quella capacità che di schianto si mette in rapporto con le cose che ci sono e, alleato della ragione, le guarda con stupore e venerazione. Lo stesso stupore meravigliato che sta al’origine della filosofia.

Perfettamente alleati, allora, cuore e ragione sono lanciati nell’avventura della scoperta del mondo, della conquista dell’unica cosa che conta che è la “sapienza”, cioè la conoscenza veramente integrale e nello stesso tempo esistenzialmente coinvolgente.

 Proprio per questo il poeta, quando è vero poeta, è modello e maestro di questa ricerca sapienziale. Così come lo sono Dante Alighieri, protagonista del primo saggio del libro e Boris Pasternak lettore di Goethe che è trattato nel secondo.

E di poeti autentici c’è molto bisogno; proprio per difendere la ragione. Presentando il suo volume all’Università Cattolica di Milano qualche giorno fa, Ol’ga Sedakova ha raccontato di aver visto in Germania una interessante galleria di ritratti di letterati; mentre quelli del Settecento appaiono come uomini maturi e certi della loro ragione illuminista, quelli del secolo successivo appaiono come giovani romantici, sognatori e un po’ svagati; quelli del Novecento hanno invece il volto tipico degli adolescenti arrabbiati coi genitori e con la vita tutta. I nostri contemporanei, infine, assomigliano a dei bambini piccoli piccoli, che non sono ancora capaci di fare niente. È evidente la traiettoria regressiva di una ragione presuntuosa. Ma non è la fine; ha detto con determinazione la Sedakova. Molte volte nella storia si è pronosticata la fine della civiltà, ma in realtà essa prosegue, sempre e sorprendentemente. E solo il poeta, il sapiente, ne coglie lo sviluppo; e lo sa collegare con l’immensa eredità del passato.

L’utopia oltre il muro

Novembre 9, 2009 di pigicolognesi

Pigi Colognesi 

La caduta del muro di Berlino, vent’anni fa, è stato forse l’avvenimento centrale della storia europea del secondo dopoguerra. Sia per le sue conseguenze immediate, la riunificazione della Germania, sia perché è diventata il simbolo di una svolta epocale: la fine dell’influenza sovietica su quella metà del continente che la cortina di ferro aveva innaturalmente isolato dai secolari nessi con l’altra metà.

Il 9 novembre 1989 a Berlino (almeno nella percezione simbolica che ne abbiamo; la realtà storica è ovviamente più complessa) una nuova rivoluzione, fortunatamente pacifica, segnava la fine della rivoluzione, tragica nei suoi esiti, iniziata a Pietroburgo nell’ottobre del 1917. Quell’avvenimento è stato così determinante e decisivo che qualcuno, allora, ha parlato di «fine della storia». L’euforia era alle stelle; e certamente la vita di milioni di persone è cambiata, in meglio.

Ma a vent’anni la percezione di quell’avvenimento è molto diversa. Una recente inchiesta tra i giovani tedeschi mostra una vasta ignoranza su cosa fosse la DDR e, soprattutto, una scarsa voglia di approfondire il passato. In tutti i paesi dell’ex blocco sovietico, Russia compresa, si diffonde la ostalgie, cioè la nostalgia del passato comunista, percepito come privo delle durezze e difficoltà del presente.

Forse è necessario riflettere sul fatto che l’entusiasmo provocato dalla caduta del muro aveva in sé, almeno in parte, un aspetto proprio dell’ideologia di cui si celebrava la fine. Intendo parlare dell’utopismo. Il comunismo realizzato ha sempre dato di sé l’immagine di un paradiso in terra, di una rivoluzione delle strutture sociali ed economiche così radicale e definitiva che il singolo non avrebbe dovuto fare altro che goderne felice. Anche nel più piccolo villaggio sovietico si poteva trovare, oltre che il monumento all’onnipresente Lenin, una statua con giovani operai o contadini o soldati gioiosamente soddisfatti per l’imminente conquista del “sol dell’avvenire”.

Caduto il muro, questa stessa visione utopica è sopravvissuta. Soltanto rovesciata di segno. Sarebbe stata la nuova condizione sociale e politica a garantire automaticamente la “felicità”. Anche in campo religioso si pensò che la fine delle persecuzioni avrebbe spontaneamente significato una rinascita. Ma non poteva essere così; da qui l’inevitabile delusione.

 Il cambiamento reale, il cammino verso la felicità è di un altro ordine rispetto ai pur decisivi mutamenti circostanziali. È dell’ordine infinitamente più semplice e reale della vita personale quotidiana; che non si nutre di ideologie utopiche, ma di fatti semplici, concreti, apparentemente banali.

La rivoluzione autentica non si realizza rincorrendo l’abbaglio dell’utopia, che si rivela poi sempre violenta. La rivoluzione, per dirla con Péguy, è «l’effetto ben ordinato di una lunga e invincibile pazienza». Per questo «noi dobbiamo cominciare la rivoluzione sociale dalla rivoluzione morale di noi stessi». Infatti «i grandi uomini d’azione rivoluzionaria sono eminentemente dei grandi uomini di grande vita interiore, dei meditativi, dei contemplativi; non sono gli uomini del “di fuori” che fanno la rivoluzione, ma gli uomini del “di dentro”».

Oggi non è un giorno qualunque

Novembre 2, 2009 di pigicolognesi

Pigi Colognesi 

Quand’ero piccolo, il due novembre non era mica un giorno qualunque. Benché non si andasse a scuola, ci si svegliava presto perché c’era da partecipare all’Ufficio dei morti. Uscivamo di casa che era ancora buio; l’umida nebbia padana cancellava le case e gli alberi già un poco spogli.

Anche la chiesa era spoglia, come fosse il venerdì santo. In mezzo alla navata, coperto da un drappo di velluto nero, c’era un enorme catafalco; simile a quello che si preparava per le bare dei funerali, ma molto più grosso, come se dovesse ospitare tutti i morti della terra. Poi cominciava la celebrazione.

C’erano molti canti in latino e io non capivo. Le melodie in principio erano tristi, dal tono profondo, oscuro, quello della morte. Man mano che la liturgia procedeva, mentre dalle finestre cominciava ad intravvedersi la luce dell’alba, quelle melodie si trasfiguravano in qualcosa di più sicuro, di più solare. E si arrivava ad un certo punto in cui si sentiva un canto di certezza e di trionfo: «Beati mortui». Non c’era bisogno di sapere il latino per capire. Si diceva chiaro che i morti possono essere beati.

La giornata passava poi come un normale giorno di vacanza. Ma l’impressione mattutina restava dentro. Accentuata dal fatto che in televisione non davano i soliti programmi, ma tanta musica classica. C’era ovviamente la visita al cimitero, con i racconti a noi piccoli delle vite di chi ci guardava dalle foto sulle lapidi.

Ma quella che si aspettava era la visita della sera della domenica successiva; quando ci sarebbe stato il luminerio. Tutti prendevamo dei lumini e ne ricoprivamo le tombe dei parenti; così il cimitero si trasformava in una spianata di luci deboli ma tenaci: «Beati mortui». Alla fine, come fosse un anticipo di quella beatitudine, le caldarroste.

Non era proprio un giorno qualunque, il due novembre. Ora i segni di questa diversità sembrano cancellati. Si deve lavorare comunque e non si ha il tempo di passare al cimitero a visitare chi ti portava in chiesa da piccolo. Se riesci ad andare a messa, trovi la stessa frettolosa incuria di tutti gli altri giorni.

 Giornali, radio e televisione non si accorgono di niente e continuano a buttarti addosso, senza il minimo spazio di silenzio, le solite frastornanti banalità. Magari, addirittura, ti può capitare di leggere di un alto funzionario ungherese della Corte europea dei diritti dell’uomo che afferma: «I cimiteri esistono per ragioni di sanità pubblica, non per facilitare la risurrezione».

Forse l’esimio giudice Andras Sajó farebbe bene a rileggersi i Sepolcri di Foscolo. Scoprirebbe quanto di ben più profondo di una pura operazione igienica ci sia nella sepoltura, che accompagna la civiltà dalle origini, dal giorno in cui le «umane belve» iniziarono ad «esser pietose / di se stesse e d’altrui». Imparerebbe a non sfuggire la grande domanda che la morte e il giorno in cui essa è protagonista pongono.

La domanda che era ben chiara anche all’ateo Foscolo: «Gli occhi dell’uom cercan morendo / il Sole; e tutti l’ultimo sospiro / mandano i petti alla fuggente luce». La domanda che fin da piccolo mi hanno fatto guardare con rispetto.

Ma non ho raccontato ricordi d’infanzia per nostalgia. Il mondo va come va. Eppure, se siamo qui a parlare di queste cose, anche adesso, nel 2009, il due novembre non è un giorno qualunque.

Chi avvelena l’eros?

Ottobre 26, 2009 di pigicolognesi

Pigi Colognesi 

Friedrich Nietzsche ha accusato il cristianesimo di aver avvelenato l’eros. Ma sembra che oggi quest’ultimo abbia un nemico più agguerrito e pericoloso: il cioccolato. Lo rivelava l’altro giorno un titolo a piena pagina su uno di quei giornali gratuiti che molte migliaia di persone leggono in metropolitana.

Presentando i risultati di una “ricerca” socio-scientifica, titolava: «Una donna su quattro preferisce il cioccolato al sesso». Non conosco l’attendibilità della ricerca e non voglio assolutamente buttare il discorso su un tono pettegolo o pruriginoso. Perché è una cosa seria.
Della banalizzazione dell’eros, della mercificazione consumistica dell’intimità si è scritto molto (e sarebbe da recuperare, in proposito, la sofferta riflessione di Pasolini). Ma quel titolo raggiunge un livello di decadimento che ha dell’incredibile. È lo stesso approccio dell’inchiesta a lasciare stupefatti. Immaginatevi la domanda: «Scusi, lei preferisce una notte di sesso o una barretta di cioccolato?».
Di solito, quando si chiede che cosa una persona preferisca, le alternative all’interno delle quali fare la scelta riguardano due oggetti che si trovano sullo stesso piano, che appartengono alla medesima categoria. Che so? Preferisci Vasco o la Pausini, andare al mare o in montagna, il riso o la pastasciutta? Nell’inchiesta in questione si situano nella stessa categoria di fenomeni il cioccolato e il sesso.
Ciò significa che l’uno e l’altro sono percepiti e proposti come semplici occasioni per soddisfare una voglia. Entrambi sono dei puri oggetti che si acquistano, anche se non necessariamente in termini monetari, sul libero mercato delle opportunità che offre la vita. Entrambi si consumano in vista dell’esaudimento di quella voglia. Entrambi si dimenticano dopo l’uso.

Viene così completamente azzerata la specificità del rapporto umano; l’altra persona è come me (mentre non lo è il cioccolato), ma nello stesso tempo irriducibilmente altro da me (mentre il cioccolato lo assimilo). Non voglio qui insistere sul fatto che l’altro, nella concezione proposta da quella indagine, viene strumentalizzato, mercificato, distrutto.

Certo questa è una conseguenza terribile (e Pasolini l’ha gridata nel suo Salò). Ma altrettanto grave è la distruzione dell’io chiamato a scegliere nell’alternativa posta. È un io concepito come chiuso e impermeabile, falsamente autosufficiente. È una monade che non è in grado di guardare fuori di sé; una bilia che si scontra casualmente, e a volte piacevolmente, con altre bilie.

Un simile meccanismo può funzionare, può portare un minimo di soddisfazione se si tratta di una barretta di cioccolato. Ma quando cerco un altro, anche nell’ambito dell’eros, è proprio un altro che cerco. E lo cerco perché mi scopro definito da una incompiutezza.

Tutta la storia della civiltà ha esaltato questa ricerca, chiamandola amore. Di cui l’eros è solo una parte. Una parte che può rimanere fedele a se stessa solo se si apre, come ha spiegato Benedetto XVI nella Deus caritas est, all’ultima implicazione della sua stessa dinamica, alla gratuità dell’agape. Quella gratuità che è la definizione stessa dell’Essere. Allora è chiaro che la Chiesa, impedendo la separazione tra eros e agape, non avvelena il primo. Lo salva.

La rivincita dei santi

Ottobre 19, 2009 di pigicolognesi

Pigi Colognesi

In anticipo sulla festa del primo novembre, girano sui nostri giornali parecchi articoli e notizie che riguardano i santi. Un giorno è la presentazione della mostra di Palazzo Venezia a Roma “Il potere e la grazia”, dedicata alla storia della santità in Europa. Un altro è la segnalazione che il presidente Obama ha scritto un messaggio per la canonizzazione di padre Damiano de Veuster, missionario morto tra i lebbrosi di dell’isola hawaiana di Molokai. Un altro ancora sono i resoconti dell’ultima commedia di Dario Fo, che ha per protagonista sant’Ambrogio. Si tratta, ovviamente di cose molto diverse tra loro. Ma con qualche elemento in comune.

Il primo è forse implicito, ma è chiaro. Sembra proprio che nei momenti di crisi e confusione sorga prepotente il bisogno di guardare a qualcuno che nelle crisi della sua vita sia rimasto in piedi e che dalle confusioni della sua esistenza non sia stato travolto. Il santo, infatti è un uomo. Come noi. Che però, a differenza di quanto troppo spesso ci capita, ha vissuto la propria vita, comprese le difficoltà, in pienezza.

Ma qui comincia il problema: perché lui, o lei, ha potuto vivere così? Non basta l’eroismo – di cui pure tanti santi sono testimoni quasi al limite dell’incredibile -, non bastano la generosità, l’intelligenza, la bontà – che molti santi avevano in doti massicce -. Bisogna risalire al fondamento di tutto questo. Anche perché, altrimenti, saremmo portati a concludere sconsolati che noi non ci arriveremo mai e la stessa santità sarebbe solo un fastidioso richiamo ad una meta irraggiungibile.

Una volta un giornalista, stupefatto per l’eroica dedizione con cui le sue suore assistevano i più miseri di Calcutta, e lo facevano con una inspiegabile letizia, chiese a Madre Teresa in forza di cosa esse si comportassero così. Rispose: «Lo fanno per Gesù». Una risposta secca, senza possibilità di interpretazioni ambigue. Una risposta che spiazza.

Ecco perché in molte cronache sulla mostra di Roma ho notato un certo disagio, una sorta di fastidio; sembra quasi che si voglia a tutti i costi far scendere dal piedestallo i santi, mostrando che, in fondo, si tratta di persone con molti limiti e difetti. Ma lui, il santo, non ha mai pensato di salire su quel piedistallo e, tantomeno, per la sua impeccabilità. L’eroe è ammantato di un’aura di perfezione; il santo rimanda umilmente ad altro da sé. Per questo è scomodo e si deve in qualche modo esorcizzare la sua pretesa.

L’altro elemento che connota il recente revival della santità è il rapporto del santo con il potere. Un’intera sezione della mostra romana è dedicata ai re santi. E proprio a questo proposito ho notato che il sospetto di molti cronisti diventa esplicito. I moralisti, gli amanti del cristianesimo disincarnato pensano: come può essere santo uno che maneggia quotidianamente il potere, coi suoi compromessi, astuzie e crudeltà?

Ma se uno ci pensa, sa benissimo che, nel suo piccolo, ha a che fare esattamente con queste stesse cose e che proprio lì si gioca la sua battaglia per la santità, cioè per la sua vera umanità. Chi, dall’altra parte, ha il potere o la politica come unico criterio di valutazione non esita a piegare alla propria ideologia anche i santi; come Dario Fo, che ha fatto del patrono di Milano niente meno che «un vero comunista» ante litteram

La certezza delle foglie

Ottobre 12, 2009 di pigicolognesi
Pigi Colognesi 

Nonostante le imponenti trasformazioni cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, la cosa è certa. A prescindere da ogni discussione, dibattito, diatriba e parere contrario, il fatto è sicuro. Benché chiusi nel mondo virtuale, ostinati a far finta di niente, relegati in città cementificate, l’evento succederà lo stesso. Gli inspiegabili ritardi non lo cancelleranno. Arriva l’autunno e le foglie cadono.

È, per lo meno, seccante: esci di casa senza il maglioncino e hai freddo; lo porti con te e ti dà fastidio perché, invece, quel giorno fa ancora caldo. È seccante perché ci obbliga a constatare, disarmati, che le cose cambiano. E cambiano senza che noi possiamo minimamente metterci il becco. Cambiano anche se non lo programmiamo noi. Soprattutto seccante perché, se le cose cambiano, vuol dire che passano. Scorrono trascinate dal fiume del tempo.

E ti ricordi dell’antico poeta greco. Te lo hanno fatto leggere da ragazzo a scuola e allora ti sembrava strano che un tale Mimnermo si lamentasse perché la gioventù, che a te sembrava immutabile ed eterna, fosse invece destinata a passare: «Siamo come le foglie nate nella stagione fiorita della primavera, che crescono rapide ai raggi del sole; simili a queste godiamo per breve tempo del fiore della giovinezza».

 

Eppure confusamente capivi che aveva ragione lui e ti chiedevi che destino avrebbe avuto la tua foglia. E anche se poi, sempre a scuola, han cercato di farti credere che in fondo si tratta di un’immagine letteraria, di un puro gioco linguistico caro ai poeti delle più diverse culture, quando torna l’autunno quel «come le foglie», riappare nella sua inquietante verità. Magari nella forma dei versi di Ungaretti: «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie».

Quando non prevale la conclusione nichilista: tutto finisce in niente, tentano di consolarti dicendo che a primavera le foglie ricrescono e tutto rinasce. Ma è un panteismo del tutto insoddisfacente. Rinasceranno pure delle foglie, ma la foglia che sono io dove va a finire? È ancora una volta Leopardi che pone la domanda giusta: «Lungi dal proprio ramo, / povera foglia frale, / dove vai tu?». Basta una foglia che cade per spingere alla domanda sul destino. Destino, cioè destinazione, scopo, meta. Siamo immersi nel tempo. Che è cambiamento, moto. Verso dove?

La saggezza del popolo cristiano sa che quel moto non è casuale: «Non casca foglia che Dio non voglia». E il cristiano Dante sapeva che quel «dove» dipende anche dalle nostre libere scelte. Per questo la grande metafora delle foglie autunnali è posta all’inizio dell’Inferno per descrivere le anime che scendono dalla barca di Caronte: «Come d’autunno si levan le foglie / l’una appresso de l’altra, fin che ‘l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie». E per questo su, in Paradiso, Cacciaguida, avo del poeta, parla dei beati come di un albero che «frutta sempre e mai non perde foglia».

PAPA/ La minoranza creativa

Ottobre 2, 2009 di pigicolognesi

 Pigi Colognesi 

 Viaggiando verso Praga, da dove partiva il suo viaggio apostolico nel Paese “più ateo d’Europa”, Benedetto XVI ha, come d’abitudine, risposto ad alcune domande dei giornalisti. Gli è stato chiesto quale sia il contributo che la Chiesa può dare in una situazione che la vede in minoranza. «Normalmente – ha risposto – le minoranze creative determinano il futuro. La Chiesa cattolica deve comportarsi come minoranza creativa».

 Joseph Zverina, probabilmente il maggior teologo boemo del secolo scorso, sapeva bene che la minoranza cristiana è tanto indigesta alle diverse maggioranze che si susseguono da essere perseguitata. L’ho conosciuto quasi 25 anni fa. Ero andato a Praga per raccontare sul mio giornale di un pellegrinaggio che i cattolici avevano organizzato, senza il permesso del regime comunista, per celebrare i santi Cirillo e Metodio, i padri del cristianesimo slavo. Ovviamente figuravo come normale turista; mai avrei avuto il permesso di entrare come libero giornalista in quella che allora si chiamava ancora Cecoslovacchia, perfettamente normalizzata dopo la “primavera” del 1968 e fedele alleata di Mosca.

 Con la mediazione di alcuni conoscenti ho avuto però la fortuna di intervistare Zverina. Viveva in una casetta anonima di un anonimo quartiere della capitale; mi fissò l’appuntamento per le 6 del mattino. «A quell’ora – mi spiegò – c’è il cambio della guardia che stabilmente sorveglia la mia abitazione; c’è sempre qualche minuto di intervallo, così lei entra senza problemi». Da lunghi anni il vecchio teologo aveva affinato varie forme di “creatività” per eludere le maglie del regime.

 Nato nel 1913 e sacerdote dal 1937, sembrava avviato a una brillante carriera accademica; ma arrivò l’invasione tedesca, l’arresto della Gestapo e i primi mesi di galera. Breve periodo di tranquillità subito dopo la guerra e poi di nuovo l’arresto, questa volta ad opera dei nuovi padroni comunisti: 25 anni di carcere per spionaggio e altro tradimento.

 Raccontava: «L’alto tradimento consisteva nel mio lavoro con i gruppi giovanili. Lo spionaggio nel fatto che, riconoscendo l’autorità del Papa, ero proclamato “agente di una potenza straniera”». Liberato – in considerazione delle sue «origini operaie» – prima dello scadere dei termini, ha dovuto rassegnarsi a fare i lavori più umili. È stato uno dei protagonisti della “primavera” e, quando essa fu soffocata, venne spedito in una parrocchietta di campagna, poi pensionato in anticipo e rinchiuso nell’appartamento dove l’ho intervistato.

 Il suo modo di dire che la Chiesa è una minoranza consisteva nel ricordare essa è sempre «segno di contraddizione». Non per ragioni politiche, ma per la natura stessa del suo messaggio, che non può piegarsi a nessun conformismo, a nessun pensiero dominante. Celebre resta, a questo proposito, la lettera inviata agli inizi degli anni 70 ai «Cristiani d’Occidente», molto proclivi ad assecondare le mode del momento.

 Con lucidità osservava: «Voi avete la presunzione di portare utilità al regno di Dio assumendo quanto più possibile il saeculum [il mondo], la sua vita, le sue parole, i suoi slogan, il suo modo di pensare». E con slancio profetico, tratto da san Paolo, ammoniva: «Non conformatevi!», non assumete gli schemi del mondo. «Non possiamo imitare il mondo proprio perché dobbiamo giudicarlo, non con orgoglio e superiorità, ma con amore, così come il Padre ha amato il mondo e per questo su di esso ha pronunciato sul giudizio».

 Qui sta la perenne «creatività» della «minoranza» cristiana. Creatività perfettamente consapevole che il mondo non gliela perdona. Zverina ha passato metà della sua vita tra carcere e confino per rimanere fedele alla novità cristiana. A noi tocca forse una censura più sottile; basti vedere il misero spazio che i giornali hanno dato al viaggio del Papa. Ma qualunque volto abbia lo stato di minoranza e per quanto grave sia la persecuzione, la creatività non viene meno. In quell’intervista Zverina mi disse, ironico e lieto: «Uno dei miei modi di fare catechismo è parlare di Gesù al telefono: oltre che all’interlocutore, insegno la sana dottrina anche alla spia della polizia che mi sta ascoltando».

FILOSOFIA/ Quella ricerca che non ha mai abbandonato gli uomini, una lezione di Julien Ries

Settembre 24, 2009 di pigicolognesi

Julien Ries è senza dubbio il più importante studioso vivente di antropologia religiosa. Ora la casa editrice Jaca Book, che del sacerdote belga ha in corso di pubblicazione anche l’opera omnia, mette a disposizione di lettori il volume Alla ricerca di Dio. La via dell’antropologia religiosa. Si tratta del primo volume (in ordine logico e non di pubblicazione) della collana Amateca, cioè di quella serie di manuali che, in una ventina di volumi, offre tutto l’itinerario della teologia cattolica, rivolgendosi sia agli specialisti che ad un pubblico più vasto. Quest’opera, quindi, ha il vantaggio di una sinteticità nell’approccio della questione religiosa; questione che, come si diceva, è logicamente posta all’inizio del percorso di Amateca, in quanto l’avvenimento cristiano è adeguatamente leggibile proprio come risposta, gratuita e imprevedibile, alla umana «ricerca di Dio».

Nel primo capitolo Ries offre una breve panoramica dell’evoluzione della disciplina dell’ultimo secolo e mezzo, a partire da Emile Durkheim, per giungere, passando attraverso Rudolph Otto, alle centrali intuizioni di Mircea Eliade e Georges Dumezil, sulle quali si appoggia la ricerca dello stesso Ries.

L’esperienza religiosa dell’uomo nella società arcaica costituisce l’argomento del secondo capitolo. Una esperienza religiosa che si coagula attorno a tre grandi costanti: il simbolo, il mito e il rito. Ad ognuna di esse e dedicato uno dei tre densi capitoli successivi, il cui insieme costituisce la parte centrale di tutto il volume.

«Il simbolo, scrive Ries, è un segno concreto che evoca, attraverso un rapporto naturale, l’invisibile, ossia una realtà aldilà di se stesso. È costituito da un significante e un significato. Il significante, che è materia, apre una via d’accesso al significato che, invece, sfugge alla dimensione spazio-temporale. Il significante rappresenta il mediatore di un’alleanza».

Il capitolo sul mito è particolarmente affascinante per le numerose esemplificazioni tratte dalle religioni antiche; si parla soprattutto dei miti cosmogonici, cioè quelli che trattano della origine del mondo, e di quelli della caduta. L’importante, comunque, è comprendere l’essenza del mito; che Ries descrive come «una storia sacra, un avvenimento primordiale ed esemplare per il comportamento dell’uomo, che tenta di raggiungere il tempo sacro delle origini». In questo senso «il mito dà un messaggio sulla condizione umana».

Al rito, invece, tocca un’altra funzione, quella di cercare «un contatto vitale con la realtà trascendente». Il rito è «un’azione pensata dallo spirito, decisa dalla volontà ed eseguita dal corpo» allo scopo di creare «un passaggio all’aldilà». Esso, nell’esperienza religiosa «gioca un ruolo essenziale perché è fondatore e generatore di forme nuove e di comunione con il divino».

Il successivo capitolo, il sesto, si occupa del rapporto uomo-Dio nelle grandi religioni precristiane. In densi e documentatssimi accenni il lettore è così posto a conoscenza (e messo in grado di approfondire dalla bibliografia) dei contenuti essenziali della religione egiziana, di quelle mesopotamiche, indo-iraniane, greca e latina.

Mentre la conclusione e l’epilogo riassumono lo stato degli studi e ne rilanciano le prospettive, la corposa appendice fa il punto sulla “teologia delle religioni” nel magistero della Chiesa dopo il Vaticano II.

Anche solo questa semplice lettura dell’indice può dare il senso della vastità e della completezza di quest’opera. Che diventa indispensabile per diradare le nebbie della troppa pubblicistica para religiosa e para mitologica che ingombra gli scaffali delle nostre librerie.

GIORNALI/ C’è voglia di autorevolezza

Settembre 22, 2009 di pigicolognesi

 

Pigi Colognesi

La cosa è certa: i giornali “tradizionali” – quotidiani e settimanali – sono in crisi. In crisi perché perdono costantemente lettori, assediati dalla concorrenza di Internet e della free press (nella metropolitana di Milano, al mattino, incontro rarissime le persone che hanno in mano un quotidiano diverso da quello che viene distribuito gratuitamente all’entrata della stazione).

Ma, più ancora, i giornali tradizionali mi sembrano in crisi per carenza grave di autorevolezza. Il lettore non è stupido e capisce bene, anche se magari in modo non riflesso, che la selezione delle notizie, la scelta delle foto, la malizia dei titoli, il pressapochismo dei contenuti sono tutti indizi che convergono su un punto solo: questi non vogliono davvero informarmi, darmi gli elementi per un giudizio su quanto succede; rispondono al altre logiche, ad altri interessi.

Tanto vale accontentarsi del gossip un po’ banale e approssimativo della free press – che non costa niente – o andare a cercare quello che mi interessa sulla rete. Se poi pensiamo al frequente uso della carta stampata come mazza da picchiare sulla testa dell’avversario del momento o constatiamo che le pagine culturali sono poco più che spot mascherati, le ragioni della disaffezione non possono che aumentare.

Dicevo che manca l’autorevolezza. Ed è curioso constatare che proprio alla distruzione di ogni possibile riferimento autorevole molta carta stampata si è metodicamente dedicata negli ultimi anni, comportandosi da vera “maestra del sospetto”. Ha inneggiato alla necessità di superare ogni certezza, ha presentato come moderno e avanzato solo quello che distruggeva il passato. Invece di fornire strumenti per la verifica di una proposta, ha messo in dubbio la legittimità stessa di qualsiasi proposta.

 Seminando il dubbio sistematico, i giornali si sono trovati investiti dalla stessa ondata di scetticismo che hanno contribuito a generare. E a poco serve “alleggerire” sempre di più i contenuti – un fenomeno visibilissimo confrontando una pagina di quotidiano di oggi con una di qualche decennio fa – o rincorrere la secchezza veloce della comunicazione on line. La leggerezza si trasforma subito evanescenza e la brevità dei frammenti che spezzetta la pagina produce solo confusione.

Da dove deriva l’autorevolezza? Non credo che sia questione di avere enormi conoscenze o di ostentare erudizione. Certo, il giornalista dovrebbe conoscere bene quello di cui sta parlando (eppure si leggono articoli così pieni di inesattezze che fanno sospettare del contrario), ma credo che il punto cruciale sia più profondo.

 Parecchi anni fa partecipai ad una assemblea con Giovanni Testori, allora scomodissimo editorialista di punta del Corriere della Sera. Gli chiesero chi sentisse vicino tra gli intellettuali italiani e lui, con una certa sorpresa del pubblico, rispose: Pasolini. Perché? gli chiedemmo. «Perché lui, come me, era coinvolto direttamente con quanto scriveva e ha sempre pagato di persona ogni singola parola che pubblicava sul giornale».

Ecco, uomini così sono autorevoli; anche se si può non essere d’accordo con tutto quello che dicono. Sono autorevoli perché mostrano il coinvolgimento sofferto nella ricerca del vero, che in fondo è ciò che ci muove a leggere un giornale.

 

È sempre 11 settembre

Settembre 11, 2009 di pigicolognesi

Pigi Colognesi

Non riusciva proprio ad addormentarsi, quella notte dell’undici settembre. Tra pochi giorni sarebbe stato il settimo anniversario della sua elezione a Sommo Pontefice. E lui, in quella notte del 1683, lui, l’undicesimo papa che portava il nome di Innocenzo, proprio non era tranquillo. Lo preoccupavano la lentezza con cui avanzavano i suoi tentativi di riforma della curia romana e la sorda ostilità di tanti prelati che pure l’avrebbero dovuta sostenere. Lo preoccupava l’andamento delle missioni nei paesi lontani, su cui si teneva costantemente informato e che trovava tanti ostacoli. Lo preoccupava l’ansia di fare della Chiesa l’autentica madre per tutti i poveri e la sicura maestra della vera fede, mentre spesso i suoi uomini privilegiavano il fasto e i suoi intellettuali seminavano dubbi.

Ma quello che lo angustiava nel profondo dell’animo era la minaccia turca. Dal 14 luglio ingenti truppe del sultano Mehemet IV, al comando dell’implacabile Kara Mustafa, assediavano Vienna. Tutti sapevano che se gli ottomani avessero preso la capitale dell’impero asburgico l’ondata turca non si sarebbe più fermata e sarebbe potuta arrivare – Dio non voglia – a travolgere persino Roma. Il pericolo era enorme: il cristianesimo rischiava di essere cancellato dalla faccia dell’Europa.

Lui, Innocenzo XI, le aveva tentate tutte per convincere i rissosi re e signori cattolici a coalizzarsi per bloccare i turchi. Ma le gelosie, i calcoli politici, la speranza di qualche piccolo guadagno nazionale ostacolavano i suoi sforzi. E poi c’era il sovrano francese, Luigi XIV, che, pur vantando il titolo di «re cristianissimo», se la intendeva col turco e per danneggiare gli Asburgo pareva disposto a darla vinta agli infedeli. Che miopia!

È vero, c’era pure qualche speranza. Il re polacco, Jan Sobieski, si era mosso per dare man forte ai viennesi assediati. E poi quel frate cappuccino, Marco d’Aviano, era una vera potenza: aveva girato mezza Europa (solo a Parigi l’infido Luigi XIV non lo aveva fatto entrare) predicando la necessità di difendersi ai turchi, aveva convertito molte persone e la gente lo considerava un santo; ora era a Vienna e si sapeva che era un abile organizzatore, anche nelle cose militari. Sembrava che la mano del Signore fosse con lui. Ma Innocenzo non riusciva, comunque, a dormire.

Al mattino del 12 settembre finalmente le truppe cattoliche attaccarono gli assedianti. Nonostante la loro superiorità numerica, i turchi furono sonoramente sconfitti. Il pericolo che l’Europa perdesse il suo volto cristiano era scongiurato. Per ringraziare la Madonna, Innocenzo estese a tutta la Chiesa universale la festa, che fino ad allora si celebrava solo in qualche diocesi, del Nome di Maria.

Acqua passata, direte. Non proprio. Qualche verso dei Cori da «La Rocca» di Eliot, nonché il triste spettacolo che abbiamo visto nelle scorse settimane, ci aiutano a capire perché. Dopo l’esilio a Babilonia, il profeta Neemia tornò a Gerusalemme per ricostruirvi il tempio. Ma, dice Eliot, «C’erano fuori nemici per distruggerlo, / e dentro c’erano spie ed opportunisti, / quando lui e i suoi uomini posero mano a riedificare il muro. / Così edificarono come gli uomini devono edificare, / con la spada in una mano e la cazzuola nell’altra». Infatti «Siamo circondati da serpenti e cani: per cui qualcuno deve stare all’opera, e altri tenere le lance». La Chiesa è sempre minacciata dall’esterno e minata all’interno. Nessuno scandalo, ma una chiara consapevolezza: «C’è un lavoro comune / Una Chiesa per tutti / E un impiego per ciascuno / Ognuno al suo lavoro». Ai tempi dei beati Innocenzo XI e Marco d’Aviano, nel 1683. E oggi.

 

1683/ It is always September 11th

 He could not fall asleep that night of September 11th. In a few days it would be the seventh anniversary of his election as Supreme Pontiff. And on that night in 1683, the eleventh Pope who bore the name of Innocent was not comfortable. He worried about the slow pace of reforming the Roman Curia and the veiled hostility of many prelates who would still give him due support. He was concerned over the development of missions in distant lands, upon which he kept constantly informed and with which he found many obstacles. He was anxious to make the Church the true mother to all the poor and the safe teacher of the true faith, while her clergy often preferred pomp and her intellectuals sowed doubts. But what worried him most deeply was the Turkish threat. Since July 14, the troops of Sultan Mehmet IV, under the command of the implacable Kara Mustafa, had besieged Vienna. Everyone knew that if the Ottomans had taken the capital of the Habsburg Empire, the Turkish wave would not stop and might come–God forbid–to overwhelm even Rome. The danger was enormous: the danger of Christianity being wiped from the face of Europe.

 He, Innocent XI, had tried everything to convince the quarrelsome Catholic kings and lords to work together to stop the Turks. But the jealousies, the political calculations, and the hope of some small national gain hindered his efforts. And then there was the French King, Louis XIV, who, despite boasting the title of “Most Christian King”, as if siding with the Turks to harm the Habsburgs, seemed willing to give in to the infidels. What shortsightedness!

True, there was also some hope. The Polish king, Jan Sobieski, had moved to offer a hand to the besieged Vienna. And then that Capuchin monk, Marco d’Aviano, was a real force: he had toured half of Europe (only in Paris did the treacherous Paris Louis XIV not let him enter), preaching the need to defend themselves from the Turks, had converted many people and the people considered him a saint; he was now in Vienna and he knew he was an able organizer, even in military affairs. It seemed that the hand of the Lord was with him. But Innocent still could not sleep.

Finally, on the morning of September 12, the Christian troops attacked the besiegers. Despite their numerical superiority, the Turks were soundly defeated. The danger that Europe would lose its Christian face was averted. To thank the Virgin, Innocent extended to the universal Church the feast, which until then was celebrated only in some dioceses, of the Name of Mary.

Water under the bridge, you might say. Not really. Some verses of the Chorus from “The Rock” by Eliot, and the sad spectacle that we have seen in recent weeks, help us to understand why. After the exile to Babylon, the prophet Nehemiah returned to Jerusalem to rebuild the temple. But, says Eliot, “There were enemies out to destroy him/ And spies and self-seekers within, / When he and his men laid their hands to rebuilding the wall. / So we must build ‘with sword in one hand and the trowel in the other.’” In fact, “We are encompassed with snakes and dogs: therefore some must labour, and others must hold  the spears.” The Church is always threatened and undermined from the outside and the inside. This is no scandal, but we need a clear awareness: “There is  work together/ A Church for all / And a job for each / Every man to his work.” At the time of Blessed Innocent XI and Marco d’Aviano in 1683. And today.