La rivincita dei santi

Ottobre 19, 2009 di pigicolognesi

Pigi Colognesi

In anticipo sulla festa del primo novembre, girano sui nostri giornali parecchi articoli e notizie che riguardano i santi. Un giorno è la presentazione della mostra di Palazzo Venezia a Roma “Il potere e la grazia”, dedicata alla storia della santità in Europa. Un altro è la segnalazione che il presidente Obama ha scritto un messaggio per la canonizzazione di padre Damiano de Veuster, missionario morto tra i lebbrosi di dell’isola hawaiana di Molokai. Un altro ancora sono i resoconti dell’ultima commedia di Dario Fo, che ha per protagonista sant’Ambrogio. Si tratta, ovviamente di cose molto diverse tra loro. Ma con qualche elemento in comune.

Il primo è forse implicito, ma è chiaro. Sembra proprio che nei momenti di crisi e confusione sorga prepotente il bisogno di guardare a qualcuno che nelle crisi della sua vita sia rimasto in piedi e che dalle confusioni della sua esistenza non sia stato travolto. Il santo, infatti è un uomo. Come noi. Che però, a differenza di quanto troppo spesso ci capita, ha vissuto la propria vita, comprese le difficoltà, in pienezza.

Ma qui comincia il problema: perché lui, o lei, ha potuto vivere così? Non basta l’eroismo – di cui pure tanti santi sono testimoni quasi al limite dell’incredibile -, non bastano la generosità, l’intelligenza, la bontà – che molti santi avevano in doti massicce -. Bisogna risalire al fondamento di tutto questo. Anche perché, altrimenti, saremmo portati a concludere sconsolati che noi non ci arriveremo mai e la stessa santità sarebbe solo un fastidioso richiamo ad una meta irraggiungibile.

Una volta un giornalista, stupefatto per l’eroica dedizione con cui le sue suore assistevano i più miseri di Calcutta, e lo facevano con una inspiegabile letizia, chiese a Madre Teresa in forza di cosa esse si comportassero così. Rispose: «Lo fanno per Gesù». Una risposta secca, senza possibilità di interpretazioni ambigue. Una risposta che spiazza.

Ecco perché in molte cronache sulla mostra di Roma ho notato un certo disagio, una sorta di fastidio; sembra quasi che si voglia a tutti i costi far scendere dal piedestallo i santi, mostrando che, in fondo, si tratta di persone con molti limiti e difetti. Ma lui, il santo, non ha mai pensato di salire su quel piedistallo e, tantomeno, per la sua impeccabilità. L’eroe è ammantato di un’aura di perfezione; il santo rimanda umilmente ad altro da sé. Per questo è scomodo e si deve in qualche modo esorcizzare la sua pretesa.

L’altro elemento che connota il recente revival della santità è il rapporto del santo con il potere. Un’intera sezione della mostra romana è dedicata ai re santi. E proprio a questo proposito ho notato che il sospetto di molti cronisti diventa esplicito. I moralisti, gli amanti del cristianesimo disincarnato pensano: come può essere santo uno che maneggia quotidianamente il potere, coi suoi compromessi, astuzie e crudeltà?

Ma se uno ci pensa, sa benissimo che, nel suo piccolo, ha a che fare esattamente con queste stesse cose e che proprio lì si gioca la sua battaglia per la santità, cioè per la sua vera umanità. Chi, dall’altra parte, ha il potere o la politica come unico criterio di valutazione non esita a piegare alla propria ideologia anche i santi; come Dario Fo, che ha fatto del patrono di Milano niente meno che «un vero comunista» ante litteram

La certezza delle foglie

Ottobre 12, 2009 di pigicolognesi
Pigi Colognesi 

Nonostante le imponenti trasformazioni cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, la cosa è certa. A prescindere da ogni discussione, dibattito, diatriba e parere contrario, il fatto è sicuro. Benché chiusi nel mondo virtuale, ostinati a far finta di niente, relegati in città cementificate, l’evento succederà lo stesso. Gli inspiegabili ritardi non lo cancelleranno. Arriva l’autunno e le foglie cadono.

È, per lo meno, seccante: esci di casa senza il maglioncino e hai freddo; lo porti con te e ti dà fastidio perché, invece, quel giorno fa ancora caldo. È seccante perché ci obbliga a constatare, disarmati, che le cose cambiano. E cambiano senza che noi possiamo minimamente metterci il becco. Cambiano anche se non lo programmiamo noi. Soprattutto seccante perché, se le cose cambiano, vuol dire che passano. Scorrono trascinate dal fiume del tempo.

E ti ricordi dell’antico poeta greco. Te lo hanno fatto leggere da ragazzo a scuola e allora ti sembrava strano che un tale Mimnermo si lamentasse perché la gioventù, che a te sembrava immutabile ed eterna, fosse invece destinata a passare: «Siamo come le foglie nate nella stagione fiorita della primavera, che crescono rapide ai raggi del sole; simili a queste godiamo per breve tempo del fiore della giovinezza».

 

Eppure confusamente capivi che aveva ragione lui e ti chiedevi che destino avrebbe avuto la tua foglia. E anche se poi, sempre a scuola, han cercato di farti credere che in fondo si tratta di un’immagine letteraria, di un puro gioco linguistico caro ai poeti delle più diverse culture, quando torna l’autunno quel «come le foglie», riappare nella sua inquietante verità. Magari nella forma dei versi di Ungaretti: «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie».

Quando non prevale la conclusione nichilista: tutto finisce in niente, tentano di consolarti dicendo che a primavera le foglie ricrescono e tutto rinasce. Ma è un panteismo del tutto insoddisfacente. Rinasceranno pure delle foglie, ma la foglia che sono io dove va a finire? È ancora una volta Leopardi che pone la domanda giusta: «Lungi dal proprio ramo, / povera foglia frale, / dove vai tu?». Basta una foglia che cade per spingere alla domanda sul destino. Destino, cioè destinazione, scopo, meta. Siamo immersi nel tempo. Che è cambiamento, moto. Verso dove?

La saggezza del popolo cristiano sa che quel moto non è casuale: «Non casca foglia che Dio non voglia». E il cristiano Dante sapeva che quel «dove» dipende anche dalle nostre libere scelte. Per questo la grande metafora delle foglie autunnali è posta all’inizio dell’Inferno per descrivere le anime che scendono dalla barca di Caronte: «Come d’autunno si levan le foglie / l’una appresso de l’altra, fin che ‘l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie». E per questo su, in Paradiso, Cacciaguida, avo del poeta, parla dei beati come di un albero che «frutta sempre e mai non perde foglia».

PAPA/ La minoranza creativa

Ottobre 2, 2009 di pigicolognesi

 Pigi Colognesi 

 Viaggiando verso Praga, da dove partiva il suo viaggio apostolico nel Paese “più ateo d’Europa”, Benedetto XVI ha, come d’abitudine, risposto ad alcune domande dei giornalisti. Gli è stato chiesto quale sia il contributo che la Chiesa può dare in una situazione che la vede in minoranza. «Normalmente – ha risposto – le minoranze creative determinano il futuro. La Chiesa cattolica deve comportarsi come minoranza creativa».

 Joseph Zverina, probabilmente il maggior teologo boemo del secolo scorso, sapeva bene che la minoranza cristiana è tanto indigesta alle diverse maggioranze che si susseguono da essere perseguitata. L’ho conosciuto quasi 25 anni fa. Ero andato a Praga per raccontare sul mio giornale di un pellegrinaggio che i cattolici avevano organizzato, senza il permesso del regime comunista, per celebrare i santi Cirillo e Metodio, i padri del cristianesimo slavo. Ovviamente figuravo come normale turista; mai avrei avuto il permesso di entrare come libero giornalista in quella che allora si chiamava ancora Cecoslovacchia, perfettamente normalizzata dopo la “primavera” del 1968 e fedele alleata di Mosca.

 Con la mediazione di alcuni conoscenti ho avuto però la fortuna di intervistare Zverina. Viveva in una casetta anonima di un anonimo quartiere della capitale; mi fissò l’appuntamento per le 6 del mattino. «A quell’ora – mi spiegò – c’è il cambio della guardia che stabilmente sorveglia la mia abitazione; c’è sempre qualche minuto di intervallo, così lei entra senza problemi». Da lunghi anni il vecchio teologo aveva affinato varie forme di “creatività” per eludere le maglie del regime.

 Nato nel 1913 e sacerdote dal 1937, sembrava avviato a una brillante carriera accademica; ma arrivò l’invasione tedesca, l’arresto della Gestapo e i primi mesi di galera. Breve periodo di tranquillità subito dopo la guerra e poi di nuovo l’arresto, questa volta ad opera dei nuovi padroni comunisti: 25 anni di carcere per spionaggio e altro tradimento.

 Raccontava: «L’alto tradimento consisteva nel mio lavoro con i gruppi giovanili. Lo spionaggio nel fatto che, riconoscendo l’autorità del Papa, ero proclamato “agente di una potenza straniera”». Liberato – in considerazione delle sue «origini operaie» – prima dello scadere dei termini, ha dovuto rassegnarsi a fare i lavori più umili. È stato uno dei protagonisti della “primavera” e, quando essa fu soffocata, venne spedito in una parrocchietta di campagna, poi pensionato in anticipo e rinchiuso nell’appartamento dove l’ho intervistato.

 Il suo modo di dire che la Chiesa è una minoranza consisteva nel ricordare essa è sempre «segno di contraddizione». Non per ragioni politiche, ma per la natura stessa del suo messaggio, che non può piegarsi a nessun conformismo, a nessun pensiero dominante. Celebre resta, a questo proposito, la lettera inviata agli inizi degli anni 70 ai «Cristiani d’Occidente», molto proclivi ad assecondare le mode del momento.

 Con lucidità osservava: «Voi avete la presunzione di portare utilità al regno di Dio assumendo quanto più possibile il saeculum [il mondo], la sua vita, le sue parole, i suoi slogan, il suo modo di pensare». E con slancio profetico, tratto da san Paolo, ammoniva: «Non conformatevi!», non assumete gli schemi del mondo. «Non possiamo imitare il mondo proprio perché dobbiamo giudicarlo, non con orgoglio e superiorità, ma con amore, così come il Padre ha amato il mondo e per questo su di esso ha pronunciato sul giudizio».

 Qui sta la perenne «creatività» della «minoranza» cristiana. Creatività perfettamente consapevole che il mondo non gliela perdona. Zverina ha passato metà della sua vita tra carcere e confino per rimanere fedele alla novità cristiana. A noi tocca forse una censura più sottile; basti vedere il misero spazio che i giornali hanno dato al viaggio del Papa. Ma qualunque volto abbia lo stato di minoranza e per quanto grave sia la persecuzione, la creatività non viene meno. In quell’intervista Zverina mi disse, ironico e lieto: «Uno dei miei modi di fare catechismo è parlare di Gesù al telefono: oltre che all’interlocutore, insegno la sana dottrina anche alla spia della polizia che mi sta ascoltando».

FILOSOFIA/ Quella ricerca che non ha mai abbandonato gli uomini, una lezione di Julien Ries

Settembre 24, 2009 di pigicolognesi

Julien Ries è senza dubbio il più importante studioso vivente di antropologia religiosa. Ora la casa editrice Jaca Book, che del sacerdote belga ha in corso di pubblicazione anche l’opera omnia, mette a disposizione di lettori il volume Alla ricerca di Dio. La via dell’antropologia religiosa. Si tratta del primo volume (in ordine logico e non di pubblicazione) della collana Amateca, cioè di quella serie di manuali che, in una ventina di volumi, offre tutto l’itinerario della teologia cattolica, rivolgendosi sia agli specialisti che ad un pubblico più vasto. Quest’opera, quindi, ha il vantaggio di una sinteticità nell’approccio della questione religiosa; questione che, come si diceva, è logicamente posta all’inizio del percorso di Amateca, in quanto l’avvenimento cristiano è adeguatamente leggibile proprio come risposta, gratuita e imprevedibile, alla umana «ricerca di Dio».

Nel primo capitolo Ries offre una breve panoramica dell’evoluzione della disciplina dell’ultimo secolo e mezzo, a partire da Emile Durkheim, per giungere, passando attraverso Rudolph Otto, alle centrali intuizioni di Mircea Eliade e Georges Dumezil, sulle quali si appoggia la ricerca dello stesso Ries.

L’esperienza religiosa dell’uomo nella società arcaica costituisce l’argomento del secondo capitolo. Una esperienza religiosa che si coagula attorno a tre grandi costanti: il simbolo, il mito e il rito. Ad ognuna di esse e dedicato uno dei tre densi capitoli successivi, il cui insieme costituisce la parte centrale di tutto il volume.

«Il simbolo, scrive Ries, è un segno concreto che evoca, attraverso un rapporto naturale, l’invisibile, ossia una realtà aldilà di se stesso. È costituito da un significante e un significato. Il significante, che è materia, apre una via d’accesso al significato che, invece, sfugge alla dimensione spazio-temporale. Il significante rappresenta il mediatore di un’alleanza».

Il capitolo sul mito è particolarmente affascinante per le numerose esemplificazioni tratte dalle religioni antiche; si parla soprattutto dei miti cosmogonici, cioè quelli che trattano della origine del mondo, e di quelli della caduta. L’importante, comunque, è comprendere l’essenza del mito; che Ries descrive come «una storia sacra, un avvenimento primordiale ed esemplare per il comportamento dell’uomo, che tenta di raggiungere il tempo sacro delle origini». In questo senso «il mito dà un messaggio sulla condizione umana».

Al rito, invece, tocca un’altra funzione, quella di cercare «un contatto vitale con la realtà trascendente». Il rito è «un’azione pensata dallo spirito, decisa dalla volontà ed eseguita dal corpo» allo scopo di creare «un passaggio all’aldilà». Esso, nell’esperienza religiosa «gioca un ruolo essenziale perché è fondatore e generatore di forme nuove e di comunione con il divino».

Il successivo capitolo, il sesto, si occupa del rapporto uomo-Dio nelle grandi religioni precristiane. In densi e documentatssimi accenni il lettore è così posto a conoscenza (e messo in grado di approfondire dalla bibliografia) dei contenuti essenziali della religione egiziana, di quelle mesopotamiche, indo-iraniane, greca e latina.

Mentre la conclusione e l’epilogo riassumono lo stato degli studi e ne rilanciano le prospettive, la corposa appendice fa il punto sulla “teologia delle religioni” nel magistero della Chiesa dopo il Vaticano II.

Anche solo questa semplice lettura dell’indice può dare il senso della vastità e della completezza di quest’opera. Che diventa indispensabile per diradare le nebbie della troppa pubblicistica para religiosa e para mitologica che ingombra gli scaffali delle nostre librerie.

GIORNALI/ C’è voglia di autorevolezza

Settembre 22, 2009 di pigicolognesi

 

Pigi Colognesi

La cosa è certa: i giornali “tradizionali” – quotidiani e settimanali – sono in crisi. In crisi perché perdono costantemente lettori, assediati dalla concorrenza di Internet e della free press (nella metropolitana di Milano, al mattino, incontro rarissime le persone che hanno in mano un quotidiano diverso da quello che viene distribuito gratuitamente all’entrata della stazione).

Ma, più ancora, i giornali tradizionali mi sembrano in crisi per carenza grave di autorevolezza. Il lettore non è stupido e capisce bene, anche se magari in modo non riflesso, che la selezione delle notizie, la scelta delle foto, la malizia dei titoli, il pressapochismo dei contenuti sono tutti indizi che convergono su un punto solo: questi non vogliono davvero informarmi, darmi gli elementi per un giudizio su quanto succede; rispondono al altre logiche, ad altri interessi.

Tanto vale accontentarsi del gossip un po’ banale e approssimativo della free press – che non costa niente – o andare a cercare quello che mi interessa sulla rete. Se poi pensiamo al frequente uso della carta stampata come mazza da picchiare sulla testa dell’avversario del momento o constatiamo che le pagine culturali sono poco più che spot mascherati, le ragioni della disaffezione non possono che aumentare.

Dicevo che manca l’autorevolezza. Ed è curioso constatare che proprio alla distruzione di ogni possibile riferimento autorevole molta carta stampata si è metodicamente dedicata negli ultimi anni, comportandosi da vera “maestra del sospetto”. Ha inneggiato alla necessità di superare ogni certezza, ha presentato come moderno e avanzato solo quello che distruggeva il passato. Invece di fornire strumenti per la verifica di una proposta, ha messo in dubbio la legittimità stessa di qualsiasi proposta.

 Seminando il dubbio sistematico, i giornali si sono trovati investiti dalla stessa ondata di scetticismo che hanno contribuito a generare. E a poco serve “alleggerire” sempre di più i contenuti – un fenomeno visibilissimo confrontando una pagina di quotidiano di oggi con una di qualche decennio fa – o rincorrere la secchezza veloce della comunicazione on line. La leggerezza si trasforma subito evanescenza e la brevità dei frammenti che spezzetta la pagina produce solo confusione.

Da dove deriva l’autorevolezza? Non credo che sia questione di avere enormi conoscenze o di ostentare erudizione. Certo, il giornalista dovrebbe conoscere bene quello di cui sta parlando (eppure si leggono articoli così pieni di inesattezze che fanno sospettare del contrario), ma credo che il punto cruciale sia più profondo.

 Parecchi anni fa partecipai ad una assemblea con Giovanni Testori, allora scomodissimo editorialista di punta del Corriere della Sera. Gli chiesero chi sentisse vicino tra gli intellettuali italiani e lui, con una certa sorpresa del pubblico, rispose: Pasolini. Perché? gli chiedemmo. «Perché lui, come me, era coinvolto direttamente con quanto scriveva e ha sempre pagato di persona ogni singola parola che pubblicava sul giornale».

Ecco, uomini così sono autorevoli; anche se si può non essere d’accordo con tutto quello che dicono. Sono autorevoli perché mostrano il coinvolgimento sofferto nella ricerca del vero, che in fondo è ciò che ci muove a leggere un giornale.

 

È sempre 11 settembre

Settembre 11, 2009 di pigicolognesi

Pigi Colognesi

Non riusciva proprio ad addormentarsi, quella notte dell’undici settembre. Tra pochi giorni sarebbe stato il settimo anniversario della sua elezione a Sommo Pontefice. E lui, in quella notte del 1683, lui, l’undicesimo papa che portava il nome di Innocenzo, proprio non era tranquillo. Lo preoccupavano la lentezza con cui avanzavano i suoi tentativi di riforma della curia romana e la sorda ostilità di tanti prelati che pure l’avrebbero dovuta sostenere. Lo preoccupava l’andamento delle missioni nei paesi lontani, su cui si teneva costantemente informato e che trovava tanti ostacoli. Lo preoccupava l’ansia di fare della Chiesa l’autentica madre per tutti i poveri e la sicura maestra della vera fede, mentre spesso i suoi uomini privilegiavano il fasto e i suoi intellettuali seminavano dubbi.

Ma quello che lo angustiava nel profondo dell’animo era la minaccia turca. Dal 14 luglio ingenti truppe del sultano Mehemet IV, al comando dell’implacabile Kara Mustafa, assediavano Vienna. Tutti sapevano che se gli ottomani avessero preso la capitale dell’impero asburgico l’ondata turca non si sarebbe più fermata e sarebbe potuta arrivare – Dio non voglia – a travolgere persino Roma. Il pericolo era enorme: il cristianesimo rischiava di essere cancellato dalla faccia dell’Europa.

Lui, Innocenzo XI, le aveva tentate tutte per convincere i rissosi re e signori cattolici a coalizzarsi per bloccare i turchi. Ma le gelosie, i calcoli politici, la speranza di qualche piccolo guadagno nazionale ostacolavano i suoi sforzi. E poi c’era il sovrano francese, Luigi XIV, che, pur vantando il titolo di «re cristianissimo», se la intendeva col turco e per danneggiare gli Asburgo pareva disposto a darla vinta agli infedeli. Che miopia!

È vero, c’era pure qualche speranza. Il re polacco, Jan Sobieski, si era mosso per dare man forte ai viennesi assediati. E poi quel frate cappuccino, Marco d’Aviano, era una vera potenza: aveva girato mezza Europa (solo a Parigi l’infido Luigi XIV non lo aveva fatto entrare) predicando la necessità di difendersi ai turchi, aveva convertito molte persone e la gente lo considerava un santo; ora era a Vienna e si sapeva che era un abile organizzatore, anche nelle cose militari. Sembrava che la mano del Signore fosse con lui. Ma Innocenzo non riusciva, comunque, a dormire.

Al mattino del 12 settembre finalmente le truppe cattoliche attaccarono gli assedianti. Nonostante la loro superiorità numerica, i turchi furono sonoramente sconfitti. Il pericolo che l’Europa perdesse il suo volto cristiano era scongiurato. Per ringraziare la Madonna, Innocenzo estese a tutta la Chiesa universale la festa, che fino ad allora si celebrava solo in qualche diocesi, del Nome di Maria.

Acqua passata, direte. Non proprio. Qualche verso dei Cori da «La Rocca» di Eliot, nonché il triste spettacolo che abbiamo visto nelle scorse settimane, ci aiutano a capire perché. Dopo l’esilio a Babilonia, il profeta Neemia tornò a Gerusalemme per ricostruirvi il tempio. Ma, dice Eliot, «C’erano fuori nemici per distruggerlo, / e dentro c’erano spie ed opportunisti, / quando lui e i suoi uomini posero mano a riedificare il muro. / Così edificarono come gli uomini devono edificare, / con la spada in una mano e la cazzuola nell’altra». Infatti «Siamo circondati da serpenti e cani: per cui qualcuno deve stare all’opera, e altri tenere le lance». La Chiesa è sempre minacciata dall’esterno e minata all’interno. Nessuno scandalo, ma una chiara consapevolezza: «C’è un lavoro comune / Una Chiesa per tutti / E un impiego per ciascuno / Ognuno al suo lavoro». Ai tempi dei beati Innocenzo XI e Marco d’Aviano, nel 1683. E oggi.

 

1683/ It is always September 11th

 He could not fall asleep that night of September 11th. In a few days it would be the seventh anniversary of his election as Supreme Pontiff. And on that night in 1683, the eleventh Pope who bore the name of Innocent was not comfortable. He worried about the slow pace of reforming the Roman Curia and the veiled hostility of many prelates who would still give him due support. He was concerned over the development of missions in distant lands, upon which he kept constantly informed and with which he found many obstacles. He was anxious to make the Church the true mother to all the poor and the safe teacher of the true faith, while her clergy often preferred pomp and her intellectuals sowed doubts. But what worried him most deeply was the Turkish threat. Since July 14, the troops of Sultan Mehmet IV, under the command of the implacable Kara Mustafa, had besieged Vienna. Everyone knew that if the Ottomans had taken the capital of the Habsburg Empire, the Turkish wave would not stop and might come–God forbid–to overwhelm even Rome. The danger was enormous: the danger of Christianity being wiped from the face of Europe.

 He, Innocent XI, had tried everything to convince the quarrelsome Catholic kings and lords to work together to stop the Turks. But the jealousies, the political calculations, and the hope of some small national gain hindered his efforts. And then there was the French King, Louis XIV, who, despite boasting the title of “Most Christian King”, as if siding with the Turks to harm the Habsburgs, seemed willing to give in to the infidels. What shortsightedness!

True, there was also some hope. The Polish king, Jan Sobieski, had moved to offer a hand to the besieged Vienna. And then that Capuchin monk, Marco d’Aviano, was a real force: he had toured half of Europe (only in Paris did the treacherous Paris Louis XIV not let him enter), preaching the need to defend themselves from the Turks, had converted many people and the people considered him a saint; he was now in Vienna and he knew he was an able organizer, even in military affairs. It seemed that the hand of the Lord was with him. But Innocent still could not sleep.

Finally, on the morning of September 12, the Christian troops attacked the besiegers. Despite their numerical superiority, the Turks were soundly defeated. The danger that Europe would lose its Christian face was averted. To thank the Virgin, Innocent extended to the universal Church the feast, which until then was celebrated only in some dioceses, of the Name of Mary.

Water under the bridge, you might say. Not really. Some verses of the Chorus from “The Rock” by Eliot, and the sad spectacle that we have seen in recent weeks, help us to understand why. After the exile to Babylon, the prophet Nehemiah returned to Jerusalem to rebuild the temple. But, says Eliot, “There were enemies out to destroy him/ And spies and self-seekers within, / When he and his men laid their hands to rebuilding the wall. / So we must build ‘with sword in one hand and the trowel in the other.’” In fact, “We are encompassed with snakes and dogs: therefore some must labour, and others must hold  the spears.” The Church is always threatened and undermined from the outside and the inside. This is no scandal, but we need a clear awareness: “There is  work together/ A Church for all / And a job for each / Every man to his work.” At the time of Blessed Innocent XI and Marco d’Aviano in 1683. And today.

Il curioso e il prevenuto

Agosto 31, 2009 di pigicolognesi

Pigi Colognesi

Enzo Jannacci è in macchina verso il Meeting di Rimini. Ilsussidiario.net gli chiede se è curioso di partecipare a quell’incontro. «Certo che sono curioso, risponde, sono interessato a vedere il tipo di reazione, ma le cose che dico sono le stesse da più di 40 anni».

Anch’io sono in macchina; il mio Meeting è già finito e, mentre vado al lavoro, sento la radio. Stanno parlando proprio di Jannacci che si esibisce a Rimini. È una di quelle trasmissioni in cui la gente può intervenire da casa. Un ascoltatore si rivolge così al medico-cantante: «Quando non se ne può più, ci si rivolge al buon Gesù. Peccato che il tuo sia quello di Cl».

Prima riflessione. L’anonimo ascoltatore non è un poeta di valore. La rima del suo infantile verso iniziale non è un gran che. Ma questo sarebbe niente; ciò che inquieta è la faciloneria, lo sprezzo, la saccenteria coi quali giudica le convinzioni di un uomo. La fede deve essere per forza l’ultimo approdo di chi non sa più che pesci pigliare, l’irragionevole zattera cui si aggrappa chi non ha più niente di sicuro nella traversata pericolosa della vita che finisce? Ma allora, le migliaia di persone che in questi giorni si sono mostrate curiose di capire chi era sant’Agostino o come funzionavano le Reduciones gesuite nel Paraguay o come ha lavorato Galileo, che hanno sentito la storia di una madre che ha perso marito e figli ma non la speranza, o cercato di capire cosa è successo a quello strano persecutore di Cristo e poi suo apostolo che si chiamava Paolo; tutti quelli che hanno fatto la coda per conoscere un po’ di più cosa succede nel continente africano (che giornali e tv trattano come se non esistesse) o come si combatte l’Aids con le armi del rispetto della persona e non con un semplice pezzo di plastica; che hanno voluto incontrare decine di scrittori e interrogare i politici; tutta questa è gente che «non ne può più» della vita? O, piuttosto, ha gran voglia di vivere?

Seconda riflessione. Quale sarebbe il Cristo «di Cl»? Non è forse l’unico che sia esistito e che continua ad agire, mostrando la propria capacità di cambiare una vita? A Rimini è stata raccontata la storia dei primi credenti di una piccola regione dell’attuale Turchia, chiamata Galazia. Era stato proprio san Paolo ad annunciare loro Cristo. Poi sono venuti altri a dire cose diverse, a imporre nuovi pesi morali, a proporre una propria immagine di Gesù. Paolo è categorico quando scrive loro: guardate bene cosa vi è successo, osservate attentamente da dove sono venuti i frutti di umanità di cui potete godere. Avete tutti gli strumenti per valutare se quello che vi ho annunciato è il Cristo vero oppure una sua caricatura. Non so come sia il Cristo dell’anonimo ascoltatore della radio, ma quello della cui «carezza» aveva parlato Jannacci e sulle cui tracce ci siamo messi a Rimini è convincente. Chi ce lo ha testimoniato ha tutti i suoi difetti umani (sarà questo che scandalizza l’ascoltatore?), ma essi non riescono a cancellarne il volto.

Ultima osservazione. Non c’è proprio paragone tra la chiusura prevenuta dell’ascoltatore e la curiosità di Jannacci. Quest’ultima è decisamente più simpatica, più allegra. Perciò, di fronte al sussiego dei saccenti, così come di fronte all’imbarazzato silenzio di molti giornali che dell’incontro di Rimini non vogliono parlare o si ostinano a cercarvi solo il teatrino politico di cui si pensano comparse di secondo piano, rispondiamo come ha risposto lui a chi gli chiedeva se fosse preoccupato di quello che si sarebbe detto della sua partecipazione al Meeting: «Non me ne frega niente. Fin dall’inizio ero vicino a Dio, al Nazareno e a quella carezza che è venuto fuori un po’ per volta».

L’avventura dello sguardo

Agosto 27, 2009 di pigicolognesi

Per uno strano scherzo del destino William Congdon nacque il 15 aprile del 1912. Lo stesso giorno in cui affondò il «Titanic». Una coincidenza in cui anche l’artista americano vedeva di riflesso la sua vita «sempre sull’orlo del naufragio». Spirito ribelle e anticonformista, il giovane pittore statunitense ha sempre sfogato nei suoi dipinti l’insopprimibile bisogno di veleggiare verso orizzonti più ampi. Al punto che la sua biografia può leggersi oggi come un romanzo. Proprio come ha fatto Pigi Colognesi in questo testo appassionante, costruito sulla base di un ipotetico carteggio frutto di testimonianze vere e di un’amicizia reale.

Ci sono le tappe decisive dell’esistenza di Congdon: l’infanzia tormentata pur in una famiglia bene­stante, il periodo snob trascorso all’università di Yale, l’arruolamento volontario nell’associazione «American field service» che durante la seconda guerra mondiale prestava soccorso ai feriti in battaglia. Tutte esperienze che lo condurranno fra i protagonisti della scuola newyorkese del’«action painting»: un cenacolo di artisti che condivideva un forte senso di libertà espressiva che talvolta diveniva anche rabbia e qualcuno finì per definirli il gruppo degli «irascibili».

 Per Congdon quando dipingi sei coinvolto pienamente nell’azione (action) che stai compiendo, è come un parto o un’operazione chirurgica dalla quale ti aspetti che nasca qualcosa in grado di salvare te o l’oggetto che stai tentando di raffigurare. Il risultato è un espressionismo astratto per cui anche una macchia di colore può diventare un quadro importante. Dietro c’è la convinzione che guardare un’opera non vuol dire capirla, ma esserne interrogati perché l’arte autentica, apre una ferita, è «un’avventura dello sguardo » che non finisce mai.

 Ma il potere ‘divino’ dell’artista nel creare acuiva in Congdon il desiderio di comprendere il significato del mondo. E la sua sof­ferenza interiore lo portò anche sul punto di farla finita. Quando la sua esistenza sembrava andare a picco, trovò un ancora di salvezza ad Assisi, «l’unico posto veramente felice in Italia» dirà poi. Da lì cominciò la sua conversione al cattolicesimo e l’inizio di una nuova consapevolezza. Un giorno affermerà: «Dostoevskij disse che l’arte è un campo di battaglia dove Dio e il diavolo si contendono il cuore dell’uomo. Io ho sempre vissuto su questo campo di battaglia. Io sono questo campo di battaglia ».

L’amicizia con i giovani di don Giussani confermò la definitiva «resa» a Dio e la coscienza di un rinnovato stupore verso la realtà: «L’artista – scrisse Congdon – è come un bambino che si sorprende e piange di commozione di fronte al semplice esserci della realtà. Perché l’arte è una finestra sulla vita oltre la morte, sull’immortalità delle cose». Certo, era sempre forte la percezione della propria debolezza e non è un caso se nessun altro soggetto come i crocefissi hanno accompagnato a lungo la sua pratica artistica. Ma ora si sentiva in un porto sicuro. «Prima della conversione – spiegò – ogni quadro era per me come un salvagente per l’uomo che affoga».

Avvenire 27 agosto 2009

La vera storia di Miguel Mañara

Agosto 21, 2009 di pigicolognesi

Pigi Colognesi

Il protagonista della serata teatrale d’apertura del trentesimo Meeting di Rimini sarà Miguel Mañara. Domenica prossima vedremo, infatti, una nuova messa in scena del dramma di Oscar Milosz, incentrato sulle vicende del giovane rubacuori sivigliano, prima stanco delle sue stesse avventure amorose, poi sorpreso dal candore di un amore vero e sposo, infine umile monaco che diventa santo e muore nel silenzio. È quel Mañara che ha dato origine alla lunga serie dei don Giovanni di cui è zeppa la letteratura, da Tirso de Molina a Molière a Puškin, e la musica (basti pensare a Mozart).

 Ma nello scrivere la sua più famosa opera teatrale, che è del 1913, Milosz non aveva in mente un’ennesima edizione del mito già visitato da tanti altri prima di lui (e che lui stesso aveva trattato in un precedente dramma). Milosz infatti resta fedele al dato storico, così come lo aveva letto e studiato nella biografia su Mañara scritta dal de Latour nel 1857. Chi era, dunque, questo Mañara, che la Chiesa cattolica annovera tra i “venerabili”?

 Don Miguel Mañara Vicentelo de Leca nasce a Siviglia il 3 marzo 1627. La sua giovinezza è quella tipica dei giovani rampolli della nobiltà del siglo de oro: baldoria, amorazzi, duelli per difendere l’onore. Intorno ai vent’anni la conversione. Il suo primo biografo, Cárdenas, racconta che, mentre si dirigeva di notte a un appuntamento galante, Mañara fu colpito al capo, cadde per terra e sentì una voce che chiedeva una bara per lui, considerato ormai morto. In preda al terrore, Mañara tornò a casa e venne poi a sapere che all’appuntamento galante sarebbe stato accolto da sicari decisi a ucciderlo.

 È la svolta. Miguel ventunenne sposa una brava ragazza della città, Jerónima Carrillo da Mendoza (la Girolama di Milosz). Che però muore poco dopo. Miguel entra allora nella Confraternita della Carità, che si occupa dell’assistenza materiale e spirituale ai poveri di Siviglia. Nel 1662 ne diventa il presidente, dandole nuovo impulso e ingrandendone il raggio di azione. Tale è il fascino della sua vita, che gran parte della nobiltà di Siviglia entra a far parte della Confraternita, attorno alla cui sede viene costruito un ospizio per i poveri, un ospedale per i malati che nessun’altra struttura accoglie e fondato un sodalizio di persone impegnate nell’assistenza ai condannati a morte. Mañara si prodiga anche per la conversione dei musulmani che si trovavano in città.

 Muore il 9 maggio 1679, circondato dall’ammirazione di tutti e da una solida fama di santità. Di sé, lui aveva ben altra idea, tanto da scrivere nel suo testamento: «Io, don Miguel Mañara, cenere e polvere, miserabile peccatore, per la maggior parte della mia vita ho offeso l’altissima maestà di Dio mio Padre, di cui confesso di essere creatura e schiavo. Ho servito Babilonia e il Diavolo suo principe con mille abomini, orgoglio, adulteri, bestemmie, scandali, brigantaggio. I miei peccati e le mie infamie sono senza numero e solo la grande saggezza di Dio li può nominare, la sua pazienza infinita sopportarli e la sua infinita misericordia perdonarli. Sul mio sepolcro si metta una pietra con questo epitaffio: Qui giacciono i resti del peggior uomo che ci fu al mondo. Pregate per lui».

Viva le campane di Mèzzema

Agosto 14, 2009 di pigicolognesi
Pigi Colognesi 

Il fatto è particolare e curioso; di quelli che sembrano scovati tanto per riempire le pagine di cronaca e i minuti di trasmissione durante il periodo estivo. Io l’ho sentito alla radio, secondo canale Rai, qualche mattina fa.

È accaduto a Mezzema, frazioncina di Deiva Marina in provincia di La Spezia, composta da meno di cento anime. Per l’estate è arrivato in paese un turista – «evidentemente importante» ha detto una mezzemese intervistata alla radio – cui dava fastidio il suono delle campane che tre volte al giorno, alle sette del mattino, a mezzogiorno e alle sette di sera, rintoccavano sulla frazione. Il turista ha smosso le acque, contattato chi di dovere e le campane sono state tacitate. Cosa che però ai mezzemesi non è proprio andata giù. Orfani dei rintocchi provenienti dal campanile della chiesa di San Michele, li hanno sostituiti, alle stesse ore, con il fracasso di pentole e coperchi.

Sul quotidiano ligure Il secolo XIX la storia è raccontata con la solita chiave interpretativa del contrasto fra le tradizioni locali di un popolo poco accogliente e le abitudini del ricco cittadino che viene a insediarsi, per un po’ di tempo, in terre non sue di cui non accetta usi e abitudini. Alla radio il tutto è stato presentato come una amena curiosità e nient’altro.

 In realtà, proprio alla radio una mezzemese chiamata Giovanna (nome fittizio, ha detto, per timore di essere identificata e aver delle noie da parte del ricco turista) ha spiegato la cosa in altri termini. Lei e i suoi compaesani hanno deciso la singolare forma di protesta perché per loro il triplice suono quotidiano delle campane ha un senso preciso. E profondo. L’ha ricordato lei stessa leggendo le strofe di una poesia scritta per l’occasione.

 Non ricordo esattamente le parole, ma il senso è questo: le campane suonano al mattino quando noi ci avviamo al lavoro, quando pranziamo ed alla sera quando torniamo a casa stanchi; suonano a Natale per la nascita di Gesù e a Pasqua per rallegrarsi della sua risurrezione; suonano quando un bambino nasce e quando qualcuno muore. Sono, cioè, il ritmo di una vita che trova nel cristianesimo il significato del suo respiro quotidiano e di tutto il suo trascorrere. Il significato della speranza di ogni mattino e della fatica di ogni sera, della gioia di una nascita e del dolore di una morte.

 È di questo che vive il cristianesimo semplice di un popolo semplice. Forza mezzemesi: sotto con pentole e coperchi, finché non vi ridanno le vostre campane!